Berlino, io ti abiterò

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Berlino giunge nel bel mezzo del mio viaggio tra alcune città e località europee.

Ciò che diventa particolarmente evidente ad un confronto diretto con altre città europee è la differenza: da una parte la vecchia Europa e dall’altra Berlino, una NON-Europa, aperta non ad una sola, ma a molteplici nuove identità in continuo cambiamento. Ogni luogo pare porti con sé, attraverso i secoli, la storia che ha vissuto, diventando ciò a cui ha fatto da sfondo: è forse per questo allora che Berlino non si ferma? Berlino non è statica, apparentemente non ha nulla di secolare, come si può invece respirare a Roma, a Parigi, a Praga… Berlino è in continua evoluzione, si porta dietro mille cicatrici eppure cambia faccia velocemente. E non cela le ferite, al contrario, queste diventano parte indispensabile della sua struttura.

Il Muro di Berlino è caduto, ormai 25 anni fa, eppure è ancora presente in punti strategici della città, nel suo tessuto urbano, diventando così, nel testo Berlino, ridondante tema, il filo conduttore che si rincorre e che torna allo stesso modo in punti estremamente diversi, creando omogeneità laddove non ce n’è davvero.

Un po’ fuori dal centro e dalle attrazioni turistiche più gettonate, Oberbaumbrucke, sopra il fiume Sprea, è non solo un ponte stradale, ferroviario e pedonale che collega la effervescente Warschauer Strasse a Oberbaum Strasse, è anche un ponte tra passato e presente. Ai tempi della Guerra Fredda era un passaggio tra est e ovest, proprio perché lì passava il Muro. La sua antica struttura architettonica lo fa ricordare ancora oggi come uno dei monumenti più belli, ma diviene ora anche simbolo pieno di significato, in quanto collega, finalmente senza barriere, i quartieri Friedichshain e Kreuzberg.

Pezzi di muro fatiscenti ancora in piedi lungo il fiume Sprea, a simbolo di un passato di chiusura, mentale e fisica. Sull’altro lato del fiume, guardando dal ponte, nuove e luminose creazioni architettoniche di vetro e acciaio ci ricordano l’apertura attuale della città, all’arte, alle idee, al futuro. I musicisti di strada, seduti sul divano al centro del ponte, fanno rima col paesaggio, creando un’ atmosfera piena e gioiosa.

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Berlino parla una lingua sua, il Postmodernismo. Scommetto che chi se lo sente nelle vene, da qua non può più andarsene.

La differenza è questa: non si trova un’altra città in Europa che si stacchi in modo così dirompente dall’epoca moderna. Berlino è frammentaria, è mancanza di omogeneità: la più decadente delle costruzioni urbane, appartenente al periodo della Guerra Fredda, si coniuga alla perfezione con quanto le sta intorno: un’opera architettonica nuova di zecca, dai materiali accecanti, il fiume placido sotto ponti secolari, gli artisti che qui a Berlino possono essere quello che sono, i lavori in corso, in corsa per un’urbanistica che perde la pelle e si trasforma in altro, giorno dopo giorno.

La stazione della metropolitana, crocevia di culture e facce, arteria della città.

Laddove il Muro separava,  mi piace pensare la U-Bahn come un’altra linea che, al pari della comunicazione in rete, rende impalpabile la materia e collega l’incollegabile, distrugge le dicotomie e i centri nevralgici. Non esiste centro a Berlino, non c’è un qui e un là, come in un’altra meravigliosa città postmoderna, Los Angeles: entrambe piegano la carta geografica alle loro logiche urbanistiche trasformando i punti di riferimento.

Unter den Linden, viale centralissimo che collega il Bundestag alla torre della TV, la Fernsehturm: mi piace vederlo come l’opposizione tra il potere istituzionale, da un lato, e il potere della comunicazione dall’altro, lungo una linea che pare continuare oltre la torre. Qua sono la frammentazione e la discontinuità a farla da padrone. Lavori in corso, ordinati, lineari, seguono un preciso progetto raffigurato e spiegato ovunque, con chiarezza ma anche con lo straordinario potere di vedere (visionari?) cosa sarà . Intorno, edifici storici come l’Università, i Musei, il Duomo, capolavoro di architettura dal sapore sognante. Tutto ciò accanto a container accatastati linearmente e ordinatamente lungo i lavori, per permettere agli operai di riposare e di essere immediatamente pronti per lavorare. Immagini stridenti, disomogenee, eppure creano un tessuto armonioso: l’aria è piena di cultura e la si può trovare ovunque.

La città moderna cercava di rendere eterno e immutabile il suo contenuto, la sua realtà, come affermazione dell’uomo. Berlino non ha una sola realtà, non ha bisogno di affermare nulla, se non che il contrario di ciò che è fermo: è proprio questo. Non sta rincorrendo un risultato, una verità sola e immutabile, la sua storia risiede proprio nella corsa continua.

Vi consiglio, per chi abbia voglia di approfondire la storia del Muro, questo libro dal quale non vi separerete facilmente, di Frederick Taylor Il Muro di Berlino
Per acquistarlo

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