Cinema Horror, anno 2015 : puro citazionismo?

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Le vecchie tematiche, i vecchi soggetti cari al cinema horror anni ’70-’80, ce li ritroviamo ancora oggi in ogni film di questo genere, con poche varianti. E’ possibile oggi creare qualcosa di nuovo, cercare nuove costruzioni dell’ effetto paura? Proviamo a fare alcuni paralleli tra film famosi (e non).

I bambini sono sempre stati, e continuano ad essere, un elemento imprescindibile dei film dell’orrore, la loro innocenza e il loro essere considerati intrinsecamente “buoni”, li rende soggetti perfetti per incarnare, per opposizione, qualsiasi tipo di male. L’Esorcista, film cult del 1973 di William Friedkin, inaugurò una serie di film sul tema della possessione demoniaca, filone che non si è mai interrotto, pur non riuscendo ad eguagliare né il successo né la maestosità del primo. Proprio sulla trasfigurazione della bambina, Regan, giocava il film, contrapponendo in maniera forte l’innocenza al diabolico. Il film ebbe un immediato successo di pubblico, durante le prime proiezioni ci furono persone che si sentirono persino male. Nel 2000 è stato riproposto in versione integrale, reinserendo appunto alcune scene precedentemente tagliate perché troppo “forti”. Rivedendolo oggi, ci accorgiamo come le cose cambino: le scene tagliate sono ad oggi assolutamente “accettabili”, e anche se lo si vede per la prima volta, non si resta sconvolti. Che si sia alzato, dunque, il nostro livello di “spaventabilità”? A parte questo, il film resta insuperato, insieme all’atmosfera perennemente buia e inquietante. Il flash del volto del diavolo (frapposto in modo onirico tra le sequenze e, probabilmente, da pochi notato) resta una perla horror senza epoca.

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Il pozzo da cui esce Samara in “The Ring”

Più vicino a noi The Ring, film diretto nel 2002 da Gore Verbinski, chiama ancora in causa una bambina, Samara Morgan, ma non perché posseduta, Samara è essa stessa una forza del male.La storia si regge su un divieto: non guardare quella videocassetta. Ed ecco che appena viene premuto play partono pochi secondi significativi: il terribile pozzo, in mezzo al bosco, in bianco e nero dunque proveniente da un passato che non conosciamo, e da cui ancora non immaginiamo cosa ne uscirà. Le immagini disturbate concorrono a dare quell’effetto di videofai-da-te (e dunque vero!) che tanto ha preso piede nell’ horror degli ultimi 15 anni.

Parliamo poi di Clown del 2014, diretto da Jon Watts: apparentemente un omaggio a IT, la miniserie tratta negli anni ’90 dal romanzo di Stephen King, con alcune differenze anche qui ontologiche. Pennywise, il terribile clown di “It” nasceva come mostro, malefico e incorreggibile, lui era insomma funzione del male. In “Clown” il male è funzione del costume, che porta attraverso i secoli la maledizione di questa creatura famelica, Cloyne. L’apparato iconografico è sempre presente, perché deve informare: i bambini di “It” devono sfogliare un vecchio libro dalle pagine ingiallite per sapere, stessa cosa succede in “Clown”,  sono delle vecchie illustrazioni e raccontare l’origine del male.

I colori di “It” e la faccia di Tim Curry sono però irraggiungibili, il rosso dei capelli del pagliaccio, il suo naso, vengono declinati diventando sangue. Il pagliaccio di “Clown” un po’ dimesso, un po’ bestiale, sbiadito, e che lotta contro sé stesso, non può competere con la risata di Pennywise. Alzi la mano chi, da bambino, non ha avuto paura di Pennywise.

Qualcosa di nuovo c’è nei particolari dei film di James Wan : il battito di mani di The Conjuring, e poi ancora una figura buffa, dal colore verdastro di vecchie foto, che si accomoda improbabile nella quiete domestica, stridente mentre balla divertita una musica inopportuna, in Insidious. Sono questi, gli intrusi della quotidianità, che maggiormente oggi danno o potrebbero dare al cinema horror buoni spunti “spaventosi”, essendo solo particolari, ma in grado di rompere gli schemi e toglierci le coordinate dell’usuale.

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