L’esperienza Tarantino

Caldamente sconsigliato a chi desidera passare la domenica pomeriggio al cinema senza pensieri e in totale relax, The hateful Eight in pellicola 70mm Ultra Panavision regala un’esperienza che trascende il cinema, richiama a gran voce i cinefili e costringe ad immergersi nella quintessenza del cinema tarantiniano.

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Sono passati molti anni dalla mia prima visione del primo film di Quentin Tarantino, eppure già allora il regista mi insegnò che esistono visioni cinematografiche e visioni cinematografiche. Un film di Tarantino non è mai un film per passare il tempo, uno di quei piacevoli (e tecnicamente anche gradevoli, perché no) film che aiutano a liberare la mente, a staccare la spina dalla realtà, ad evadere. Ho paragonato il cinema di Tarantino alla pittura qui, proprio perchè mi ha sempre regalato la stessa sensazione che si prova di fronte ad un’opera d’arte. Quella sensazione di dolce smarrimento, di vertigine, quella consapevolezza del bello e del perfetto, che possiamo ammirare ma non afferrare. Insomma, un pò quello che spiegava Stendhal con la sua sindrome. Considerando il cinema come settima arte, il paragone diventa addirittura naturale e quasi dovuto.

Il pacchetto, la cornice

La Cineteca di Bologna, presso il Cinema Lumière, ha proiettato a partire da ieri 29 gennaio la versione di The Hateful Eight in anteprima e in pellicola Ultra Panavision 70mm, ovvero il glorioso formato scelto dal maestro per girare un film come la settima arte vuole che un film sia girato. Al modo di Ben Hur, per intenderci, o di Via col vento. Un kolossal. Sono solo 3 i cinema in Italia che permetteranno di vedere il film in pellicola, mentre nel resto delle sale cinematografiche arriverà la versione digitale, di durata ridotta, senza overture e doppiato in italiano. Mi immagino dunque che la versione digitale permetterà una visione più commerciale e leggermente più edulcorata, sicuramente più digeribile ma meno spettacolarizzante. La scelta della pellicola non è stata una pura scelta di tipo tecnico, ma un vero e proprio pacchetto marketing che ha reso questo film, appunto, un’esperienza. A cominciare dal roadshow voluto da Tarantino negli States che ha portato il film in pellicola in 98 cinema, una campagna incredibile per un film in 70mm in piena epoca digitale. Dice Tarantino:

“Il roadshow era una sorta di tournée  e costituiva per il pubblico un appuntamento unico e speciale, non si trattava solo di andare a vedere un film nel cinema di quartiere. Spesso i film erano preceduti da grandi numeri musicali, da programmi molto pittoreschi, a volte veniva eseguito un adattamento in chiave Broadway della colonna sonora. Insomma si aveva l’impressione di assistere ad un vero e proprio evento. Se decidi di girare un film in 70mm, è una scelta obbligata: 24 fotogrammi al secondo che scintillano attraverso un proiettore , creando l’illusione del movimento”

Imponendo dunque la scelta della pellicola alla casa di produzione, e costringendo la Panavision ad adattare macchine ormai desuete per girare scene a temperature proibitive, Tarantino ha creato una storia che va molto ad di là della narrazione pura dei fatti all’interno del film, ma che comprende la nascita, la creazione, il packaging del film, la scelta della pellicola e della cinepresa, in un’unica cornice, quella dell’opera d’arte appunto. Andando a vedere questo film non si va semplicemente a passare qualche ora, si partecipa attivamente all’azione del regista: mantenere vivo l’utilizzo delle pellicole per la cinematografia e non far morire le vecchie pratiche di fruizione del vero cinema.

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Uno dei manifesti realizzati per film in versione vintage, come se fosse un western anni ’40-’50

Il film

Il film in versione integrale dura 3 ore, astenersi perditempo. Voi cinefili avete mai ascoltato con ribrezzo qualcuno che si lamenta della lentezza del film? Bene, allora la prima parte è per voi. I dialoghi si susseguono paradossali, rotolandosi su se stessi e restituendo niente altro che parole pungenti, diventando l’oggetto stesso del film. L’azione arriva, certo, ma nella seconda parte. Come scrive Peter Travers di Rolling Stone :

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C’è tutto di Tarantino: c’è il monologo di Samuel L. Jackson aka Maggiore Marquise Warren, in un crescendo quasi mistico che ricorda molto Ezechiele 25:17, ma non lo copia. Vive invece di vita propria, staccandosi dal contesto dell’enunciazione e volando con la memoria del Maggiore tramite un flashback duro e martellante, a mio parere il climax del film. The Hateful Eight è stato definito Le Iene in versione Western, ma una versione che ha tutto il peso e il sapore dell’esperienza accumulata, e che si è lasciata alle spalle gli anni ’90 per correre verso il cinema del futuro. Ci sono i fedelissimi di Tarantino, il già citato Samuel L.Jackson, Tim Roth che torna bissando quasi The Four Rooms, Michael Madsen che affina il personaggio di Kill Bill ruvidamente, giocando con gli occhi e con un viso vissuto. Lo spettatore si trova di fronte a potenti inquadrature di visi così provati, come quello di Jennifer Jason Leigh, profondi solchi rugosi che raccontano la durezza del West. Non è il tempo che passa su queste inquadrature, è omaggio alla recitazione, è la scelta estetica di un maestro del cinema che vuole rendere quanto più vera anche la pelle. C’è il colore, onnipresente. Il colore che declina in tutte le sfumature del gelido inverno Western: la candida neve, il nocciola del legno sfumato dalle travi al pavimento, al camino, al giallo del fuoco e alle coperte navajo, ai visi stanchi, quasi rossi di odio. E poi per finire il vero rosso, forte, urlato, che viene rigurgitato come magenta pura dal pennello del pittore coprendo gli altri colori, il fluido sangue. Perchè nelle opere d’arte l’accostamento del colore, i contrasti cromatici, sono condizione essenziale dell’opera stessa. Esattamente come in Django Unchained, dove il sangue macchia di rosso vermiglio il bianco cotone, qui il rosso macchia la neve immacolata, all’interno di un contrasto che diventa, inevitabilmente accostato alla storia e ai dialoghi, discorso politico per eccellenza, come ci racconta la recensione di Movieplayer. hateful_scena_JPG_1003x0_crop_q85

Fabula e intreccio

Una delle caratteristiche imprescindibili del cinema di Tarantino è la scelta dell’intreccio, e in questo film la narrazione trionfa attraverso una speciale contrapposizione tra fabula e intreccio. E’ così che, solo alla fine, noi veniamo messi al corrente di tutto ciò che è successo prima, ma che poteva anche non esserci svelato affatto, e se ci fosse stato svelato prima di tutto (vertigine temporale), non ci avrebbe fatto apprezzare in modo autentico il film. Perchè naturalmente, ogni temporalità è scelta ad hoc e strumentalizzata dalla scena, o viceversa? Anche il narratore (Tarantino stesso) gioca sul tempo, introducendo il secondo tempo ricordando ciò che avevamo appena lasciato 15 minuti prima. Questo trucchetto ha un senso logico nella proiezione della pellicola, ma non avrà alcun senso nella versione digitale dove l’intervallo non ci sarà. Diventerà perciò, in automatico, un vezzo di ancor più forza evocativa per il film, forse non finalizzato alla prima visione, ma alla ascrivibilità del film nell’olimpo dei cult movie.

Ennio Morricone

Ma un film non è soltanto un’opera visuale, ha anche una serie di segni fruibili attraverso l’udito, tra cui i dialoghi e naturalmente la colonna sonora, che contribuisce a caricare di significato specifico ogni scena, donandole armonia e arte. In questo capolavoro non poteva mancare il contributo musicale di un Maestro unico, Ennio Morricone. Il Maestro Morricone ha reso, nella sua carriera, scene uniche ancor più dense di significato e spessore emotivo, grazie alle note di musica superba e indelebile, vincendo l’Oscar alla carriera e, per questo ultimissimo film, il Golden Globe. In The Hateful Eight la musica sta col fiato sul collo alla scene, incalzandole, o ammorbidendole, o semplicemente imponendo il ritmo, preannunciando qualcosa che potrebbe arrivare, o diventando esse stesse protagoniste. Da notare che l’ultima colonna sonora per film Western composta dal Maestro risale a 40 anni fa.

The Hateful Eight è l’ottavo film del maestro Tarantino, come recitano tutte le locandine, aiutate dalla propaganda, vera o falsa che sia, che il capolinea della sua carriera stia dunque tra due film. La simbologia numerica legata al numero 8 sta dappertutto in questo film, e considerato che ogni film di Tarantino è collegato agli altri attraverso una fitta rete di citazioni e riferimenti,  è esattamente questa l’esperienza Tarantino: un immaginario denso di simboli e storie legate da atemporalità e colore, che si spiegano attraverso dialoghi privi di significato eppure così reali. In fondo ce lo siamo tutti chiesti o no, di cosa parla Like a Virgin?

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