Perdonare se stessi

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Oggi voglio scrivere del perdono. Che tema difficile! Ma attenzione, non si tratta di morale cattolica, ritengo che il perdonare qualcuno sia sempre una scelta molto soggettiva e legata alle situazioni ancora più che alle persone. A volte non perdonare ci dà l’esatta misura con cui possiamo andare avanti e vivere.

Ma c’è qualcuno che nessuno ci ha mai insegnato a perdonare, qualcuno a cui chiediamo sforzi sovrumani e a cui non lasciamo tregua: noi stessi. Perdonare noi stessi diventa, ad un certo punto della vita, un atto dovuto. Un atto di accettazione, ma non di rassegnazione, bensì un’amorevole accettazione che sa di accoglienza di sé, come un caldo abbraccio di qualcuno che ci ama così come siamo.
Sì, questa volta sto scrivendo in modo molto personale, cosa che non mi concedo su questo blog. Ma non mi concedo(evo) molte altre cose che sto imparando invece ad apprezzare.
Negli ultimi anni ho investito tutto il mio tempo libero e molto denaro nel cercare di tornare indietro. Scritta così, sembra che io abbia passato il tempo a farmi lifting e liposuzioni per riavere 20 anni! No, per carità: il mio corpo l’ho accettato da tempo.
Non sono magra e mangio molto, non ho nessuna intenzione di mettermi a dieta, l’idea di affannarmi in palestra mi fa un pò ridere e mi piaccio moltissimo, peraltro.
E’ ad altro che cercavo di porre rimedio.
All’età di 31 anni, quasi 32, mi sono iscritta all’ Università. Più o meno nell’età in cui le mie coetanee, mosse da retaggi culturali o da genuino amore per la famiglia, si interessano ai pannolini.  Non era un “riprendere” gli studi, come capita in certi casi, perché dopo il diploma ero talmente impegnata a diventare grande e a divertirmi, o a diventare grande divertendomi, che non ci ho proprio pensato ad iscrivermi all’ Università. Si trattava di iniziare un percorso nuovo, da capo. Tutti felici, tutti contenti: io a scuola ero brava, senza nessuna fatica.
Non nelle materie scientifiche, ma soprattutto in Lettere, Storia, Lingue e soprattutto nello scrivere, sono sempre stata “brava”. Avevo lasciato perdere quando era il momento, e ora, con almeno 10 anni di ritardo, volevo riprendere da capo.
Naturalmente, scegliere una facoltà umanistica in Italia è un azzardo enorme. E non potevo permettermelo alla mia età. La maggior parte dei giovanissimi sceglie Ingegneria, alcuni perché ci sono davvero portati, altri perché le statistiche dicono che gli Ingegneri trovano più facilmente lavoro, e non gli dò torto. Ma io stacco il cervello non appena si parla di meccanica o matematica o fisica, dunque… La scelta dell’area era abbastanza obbligata. Ma dura. Che cosa avrei fatto con una laurea in Storia o in Lettere alla veneranda età di 35-36 o più anni? Ambire alla carriera in ateneo richiede ulteriori anni di studio e di dedizione completa, oltre che a delinearsi come utopia ormai, viste le difficoltà della ricerca universitaria in Italia anche solo scientifica, figuriamoci umanistica… poi ci sono i conti da pagare, il mutuo, la macchina, la vita.
Avrei potuto fare l’insegnante? Ma chi, io?! Io che non ho nessuna pazienza? E col precariato che c’è in Italia per l’insegnamento? Ma per favore: avrebbe significato fare qualcosa che non amo e sacrificare molti altri anni prima di avere un posto.
Allora ho scelto una facoltà che potesse avere qualche applicazione  pratica e magari un (lontano) aggancio con quello per cui lavoro. Ho scelto Comunicazione.
Fin da subito però, ho capito che del Marketing non è che mi interessasse poi tantissimo. E’ nato invece un amore per la Semiotica. Ah, che amore! E’ stata dura all’inizio, ma poi, col primo 30, ho capito che avevo intrapreso la strada giusta. “Brava, bravissima!” tutti a lodarmi. Grazie, grazie.
Ma di nuovo incontriamo un nodo, in questa storia: si tratta sempre di un interesse accademico, dunque significava di nuovo scostarsi da una strada più “semplice” e meno percorribile in pratica, per sceglierne una irta e in salita. Ma in fondo, cos’avevo da perdere? Nulla, perché nonostate gli anni passassero e continuassi a mietere successi universitari, e m’interessassi parallelamente anche a Marketing e Web (corsi SEO e bla bla bla).. a nessuno interessava il mio profilo, e perché mai avrebbe dovuto? Ci sono orde di ragazze e ragazzi che escono della mia facoltà, hanno l’età dalla loro, la freschezza e nessuna esperienza. Già, vero, nessuna esperienza: io ce l’ho invece. Dovrebbe essere un plus? No, perché ecco, appunto: io un lavoro ce l’ho, pagato, e dunque non posso accettare stage malpagati o non pagati, e non sono disponibile subito. Ma poi, come si pensa spesso in Italia, una persona già “navigata” nel mondo del lavoro, crea sempre più grattacapi di una giovane e senza precedenti esperienze. Senza considerare il fattore donna con più di trent’anni (=gravidanza), e qui mi ricollego al mitico #FertilityDay .
In realtà, anche se avessi accettato di regredire e accettare stage malpagati o sottopagati o non pagati affatto, cosa a cui ho pensato seriamente e con umiltà, non c’è stato nessuno che me lo abbia anche solo lontanamente paventato, in questi anni. E dire che di curriculum ho riempito internet e non solo. Proprio così, ho pensato anche a questo, a lasciare un lavoro pagato decentemente e sicuro (per come può essere sicuro un posto di lavoro oggi) per buttarmi a capofitto in un altro settore e riniziare da capo. Avrei accettato stage, rimborsi spese miseri, qualsiasi cosa, pur di approdare verso un lavoro più stimolante, qualcosa che avesse attinenza con gli studi che stavo facendo, che mi permettesse di utilizzare la mia creatività. Ma queste erano più o meno le possibilità lavorative che si delineavano ogni qualvolta che rispondevo ad un annuncio o inviavo candidature spontanee:
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Ecco che mentre cambiare lavoro diventava sempre più impossibile, quel SE ha iniziato a cadere come la goccia che scalfisce la pietra… Se avessi fatto prima, se avessi deciso… “ Quelle frasi che distruggono la serenità.
Ma ahimè, indietro non si torna.
E nel frattempo, molte cose erano cambiate dai tempi in cui io andavo a scuola, anche se in fondo sono passati solo 10 anni. Solo?? Sembra un secolo.
Innanzitutto, sono cambiata io. Essere catapultata nel mondo del lavoro molto giovane ti impone un ritmo di vita che in ambito universitario è sconosciuto. Soprattutto per chi si ritrova a lavorare nel frenetico mondo del commerciale, come me. Tutto dev’essere istantaneo e super efficiente. Ed io i tempi dilatatissimi dell’Università proprio non riesco a farli miei.
Mi sono rotta in due, o anche più, in questi anni: c’era il lavoro, da portare avanti con sempre la stessa dedizione, lo stesso impegno e responsabilità crescenti, c’era la casa, c’era mio marito, e c’era lo studio. Un mondo completamente diverso dal mio lavoro, dove gli studenti parlano di sveglie a mezzogiorno e i professori non sono tanto più mattinieri. Dove per rispondere ad una mail ci vogliono settimane e dove si parte dal presupposto che lo studente sia cazzone perché… In fondo lo è. E magari fa anche bene, alla sua età.
Non si possono fare differenze, tra gli studenti, tra chi si rimette a studiare dopo anni e anni ed è davvero serio quando studia e si impegna con DISPERAZIONE, per tentare di cambiare la propria carriera, la propria vita, e tutti gli altri che scelgono distrattamente e puntano al pezzo di carta, non si può seguire qualcuno con particolare attenzione. D’altra parte, come si conquista quest’attenzione, come si fa a farsi vedere, a farsi riconoscere quando devi passare le tue giornate in ufficio e fai fatica a prendere permessi per fare un esame? Si, ottimo esame, certo. Ma sei sempre in mezzo a tutti gli altri (cazzoni). Ed è giusto così, alla fine.
Ho passato i miei week end sui libri, il mio prezioso tempo libero. Sperando in qualche modo di essere speciale. Sperando di dire finalmente, vittoriosa: Ah si, mi sono proprio sbagliata a non continuare gli studi, ma ora ho azzerato tutto e ripartiamo da capo! Ora anche io ho una carriera soddisfacente, ora sono riconosciuta per quello che valgo.
Mi sono mangiata il fegato per questo, continuavo a martoriare la mia anima non riuscendo a PERDONARMI. Chissà che rompicoglioni sono stata.
Ero un treno in corsa contro un muro.
Poi ho incontrato il muro, finalmente. SBAM! Ho passato circa 3 mesi sull’ ESAME. Eh si, perché io sono sempre stata un piccolo genio in Storia, adoro la Storia. E dunque al terzo anno ho scelto Storia Contemporanea, un malloppo mostruoso di più di 1500 pagine che io avrei dovuto studiare nei week end di maggio giugno e luglio.
Si, signori, l’ho fatto veramente. Mi sono presentata all’esame col colorito verde di chi non mangia e sta nascosto nelle tenebre, ma ce l’ho fatta. E ce l’ho fatta un cazzo, perdonate il francesismo, perché ho preso un 23 che ha suonato nella mia testa come una mazza da baseball. Sono uscita piangendo e ho pianto tutto il giorno. Ho girato Bologna piangendo e ho parlato con le persone piangendo, spiegando, singhiozzando, ai turisti che mi chiedevano le vie. Era come se vedessi nello studio un riconoscimento personale, una rivincita sulla vita. Allora lì ho capito che ero patetica e che mi stavo rovinando una vita meravigliosa.
E poi sono risalita. STI CAZZI. Un sonoro STI CAZZI. Si, sti cazzi se non ho preso 30, quell’esame non doveva giudicare la mia persona. Quell’esame è stato straordinariamente duro ed interessante ma non cambia la mia vita. Nè la laurea la cambierà, nè un cambio di carriera la cambierà. Io SONO QUESTA, non posso continuare a rovinare la mia vita e ad indossare cilici sull’anima perché non ho fatto questo e non sono diventata quello.
STI GRAN CAZZI. Ho 35 anni, ormai 36. Sono dotata di autoironia e mi piace ridere di me stessa. Ho un marito meraviglioso che a differenza di me di lauree ne ha prese 2 e fa un lavoro che fino a poco tempo fa avrei definito invidiabile e sicuramente lo è, ma lui è lui, e io sono io. Sicuramente ho anche cercato di essere alla sua altezza, in tutto ciò, e non perché lui me lo richiedesse, ma perché sono i retaggi culturali che spesso impongono a noi donne di non sentirsi mai abbastanza e di dover dare e dimostrare sempre di più.  E parlo di noi donne, seppur non mi piaccia farne una questione di genere,  perché gli uomini sono innegabilmente molto più rilassati di noi in questo. Perciò, ho pensato,se lui mi ha scelta quando non avevo né arte né parte, qualcosa di bello in me avrà trovato, no? Se quando mi ha chiesto cosa mi aspettassi dal futuro, il mio pensiero più futuristico era mangiare il gelato di lì a 10 minuti, forse il mio modo di pensare gli sarà piaciuto, no?
Ognuno di noi ha la propria strada, ed io ho la mia. Forse la mia strada è quella di adottare altri cani come la mia amatissima Nerotta, e non quella di avere bambini. Ah dimenticavo, perchè mi fustigavo anche per questo.
Forse la mia strada è quella di stirare la domenica pomeriggio mentre guardo “Il mio grosso grasso matrimonio Gipsy” e non mi vergogno, no! Non mi vergogno, guardo quello che mi pare.
Forse la mia strada è morire  dentro un ufficio, oppure finire a dipingere quadri in una capanna in Bretagna, che ne so. Io sono aperta a tutto. E comunque ho una gran voglia di dipingere e non vedo l’ora di laurearmi per dedicare i fine settimana a dipingere.
Nella mia strada ci sono ancora tanti libri, tutti quelli che non ho letto in questi anni, mentre studiavo, e si sono impilati sul mio comodino. Nella mia strada ci sono i tortellini che voglio fare per Natale, e qualche bel viaggio intorno al mondo che ancora voglio concedermi. Ma soprattutto voglio essere come loro:
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E vivere leggermente, con gioia e grazia, e andare a mettere in sicurezza le torri se proprio devo fare qualcosa.
Io sono questa, mi sono perdonata, mi sono ripresa per mano e mi sono detta: vai bene così.
Ci insegnano che dobbiamo credere nei sogni, che dobbiamo lottare per farli diventare realtà. E’ vero, guai se non fosse così. Ma ci sono i momenti giusti, e ci sono le modalità giuste. Ma soprattutto, ci sono le persone, che sono quelle che sono anche in base a ciò che hanno vissuto. Si, signori, io non sono una giornalista e non lo sarò mai, neanche una scrittrice. Non sono niente di niente e nella mia “nientezza” molto gioiosa, leggera e scalza oggi vi saluto, ho un sacco di niente da fare. Lascio che siano i giovani a trovare un lavoro, lascio che siate voi a fare carriera, che facciate grandi cose.
La mia anima è vagabonda e prosegue diritta per la sua strada come un personaggio di Mark Twain che si arrampica sugli alberi.

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