Netflix e l’apologia del reato 1 – Narcos

Attenzione, presenza di spoiler sulla serie Narcos (per chi ancora non avesse visto la seconda serie).

Mi sono avvicinata a Netflix qualche mese fa per poter vedere e rivedere il documentario “Amanda Knox” per la mia tesi di laurea in Semiotica del testo giornalistico, di cui ho pubblicato qualche passo qui.

Il motivo per cui ho scelto questo documentario è poter indagare l’ibridazione tra differenti generi televisivi, che ci portano oggi a vedere programmi nuovi in costante negoziazione dei limiti tra finzionale e fattuale. Parlando di fattuale e finzionale è necessario prima di tutto fare riferimento al modello di Jost, io però posso provare a spiegarlo così, con riferimenti empirici che attingono ormai dalla nostra universale enciclopedia televisiva, ispirandosi ad Eco: la serie, meglio dire soap opera, Beautiful, appartiene senza ombra di dubbio al genere fiction. Perché? Perché si tratta di storie inventate, di dimensione completamente finzionale, senza alcun aggancio alla realtà. Sono in questo caso persino assenti riferimenti alla vita comune, dunque non solo Brooke si trova coinvolta in una serie di vicissitudini amorose  inventate e per lo più difficilmente reali, ma non la vedrete mai cucinare un piatto di spaghetti o bere da una bottiglia. Le serie televisive più contemporanee rientrano sempre più spesso nel genere fattuale, si mettono in scena fatti realmente successi, che attingono ad esempio dai fatti di cronaca, ma naturalmente si drammatizzano e si aggiungono elementi volutamente finzionali. Anche dove si sceglie la finzione, però, si tende a mantenere una dimensione il più possibile umana e naturale, per “fare come se” quelle storie potessero veramente avere un aggancio con la realtà, una sorta di neo-neorealismo applicato alla televisione e alle piattaforme di streaming on demand, naturalmente. Nella docufiction “Amanda Knox”, la protagonista della vicenda non interpreta nemmeno sé stessa, ma deve, in maniera molto più semplice, essere sé stessa. Ma a ben vedere, nell’essere sé stessa interpreta evidentemente un ruolo, nel momento stesso in cui viene posizionata all’interno della sua cucina mentre prepara delle polpette impastando accuratamente la carne. Un gesto di per sé semplice, che dovrebbe creare un sottile filo tra noi e lei e cancellare quell’aura maledetta di Foxy Knoxy, ma essendo un elemento fin troppo costruito nella sua resa davanti alla telecamera, è finzionale pur essendo, fondamentalmente, fattuale (prima o poi Amanda cucinerà sul serio…)

La serie tv Narcos, prodotta ed edita da Netflix, ricostruisce fatti realmente accaduti, ovvero la storia del cartello di Medellìn ed in particolare del re del narcotraffico Pablo Escobar. Naturalmente, una ricostruzione fredda e metodica dei fatti lo avrebbe reso un prodotto molto poco attrattivo per il pubblico, poco più di un documentario. Allora ecco la scelta di impiegare non solo attori bravi e di bella presenza, ma anche di rendere l’intera storia più narrativa, più sentimentale, più fluida ed interessante. Pablo Escobar diventa non solo simpatico, tramite un eccezionale Wagner Moura, ma diventa persino un’icona su cui costruire meme sui social network e caratterizzazioni, in poche parole un’icona divertente. La sua felpa anni ’80 con l’immagine dell’ancòra ci fa sorridere e ripescare un’epoca a cui siamo tutti affezionati, e a cui guardiamo tutti con bonaria nostalgia. Le sue sneakers, i suoi jeans sdruciti e un pò larghi, il suo broncio così caratterizzante e il suo perentorio “Yo soy Pablo Emilio Escobar Gavìria”, i suoi “hijo de puta”, il suo amore appassionato  (ma anche fedifrago) per la bella moglie Tata e per i figli, tutto ciò non porta il pubblico a condannare il suo essere un sanguinario trafficante di droga, ma lo porta a simpatizzare con questo colombiano appassionato che sa come farsi rispettare dai nemici (il tormentone “plata o plomo”, o accetti di essere corrotto da me o ti riempio di piombo) e non cede fino all’ultimo. Ecco, io vorrei sapere chi, tra i fans di Narcos, non ha provato empatia per l’apatico Pablo, costretto dalle forze dell’ordine alla latitanza e per questo impossibilitato a controllare i suoi traffici, che silenziosamente si culla sul dondolo in giardino, oppure chi non ha versato una lacrimuccia quando Pablo è caduto sotto il fuoco della DEA alla fine della seconda serie.

Però. Sarebbe da tenere a mente che si tratta comunque del più grande trafficante di droga finora esistito, l’uomo che ha portato la cocaina in tutto il mondo e che ha ammazzato a sangue freddo migliaia di persone, personalmente o tramite il suo esercito personale, con bilanci da guerra. Eppure, eppure Netflix lo ha reso personaggio, e lo ha messo all’interno di una cornice narrativa grazie alla quale tendiamo a considerarlo personaggio di una storia tormentata in tv, e non feroce assassino e trafficante, come è stato in effetti. Le sue vicende amorose, il suo affetto per la madre, per la famiglia, il suo attaccamento al cugino, il suo darsi da fare per i poveri di Medellìn, tutto questo, pur essendo vero, se ci fosse stato raccontato da un giornalista non avrebbe mai potuto produrre in noi quell’empatia immediata che il personaggio di Netflix con la sua voce calda e l’abbigliamento ridicolizzato ci ha immediatamente provocato. Penseremo al Pablo Escobar di Wagner Moura, e non al vero Pablo Escobar.

Nel cinema degli inizi del ‘900  e per molti decenni ancora, la visione dicotomica bene/male ci portava a simpatizzare per l’eroe e a provare una certa antipatia per il “male”, per il delinquente, benché in taluni casi sia stato rappresentato come personaggio umano vittima della società, prendiamo ad esempio lo Scarface di Paul Muni, sotto la regia di Howard Hawks, con più ombre e risvolti psicologici di quello interpretato poi da Al Pacino.  E’ forse grazie all’epoca postmodernista,  e al cadere drammatico ed emblematico delle dicotomie, ma anche a causa della continua narrativizzazione della cronaca, che il male, o comunque la parte solitamente caratterizzata e semantizzata come tale, assume un ruolo diverso.

Attraverso l’analisi di un’altra serie di Netflix di grande successo, Orange is the new black, ambientata in un carcere femminile, cercheremo di capire in che misura queste narrazioni giustifichino, o cerchino di umanizzare e spiegare il reato attraverso chi lo compie.

 

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