Netflix e l’apologia del reato 2 – Orange is the new black

Attenzione, presenza di spoiler fino alla quarta serie di Orange is the new black! 

Continuo il mio viaggio attraverso le (adorate) serie originali di Netflix. Dopo aver preso in considerazione Narcos nel primo post su questo argomento, voglio parlare di un’altra serie che ha avuto grandissimo successo, Orange is the new black. Arrivati alla fine della quarta serie, siamo tutti in ansiosa attesa della quinta, che uscirà il 9 Giugno prossimo. Iniziamo dalla fine, la quarta serie ci ha salutati in questo modo:

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Quest’immagine ci spiega molto di questa serie televisiva, che si svolge quasi completamente all’interno delle mura del carcere femminile di Litchfield  e narra le vicende delle sue detenute. La serie è ispirata ad una storia vera, la storia narrata da Piper Kerman nelle sue memorie:  Orange Is The New Black: My Year in a Women’s Prison. Nella prima serie assistiamo all’entrata di Piper (Chapman nella serie TV) all’interno del carcere. Piper appartiene alla middle class bianca americana, e si trova a dover pagare un errore commesso 10 anni prima, aver fatto da corriere della droga per la sua fidanzata dell’epoca, Alex Vause, escursione lesbica e accuratamente insabbiata in seguito, grazie al fidanzato Larry Bloom. Piper pensa di essersi lasciata alle spalle sia la vita da trafficante di droga, sia i gusti sessuali, e sta progettando la sua vita con Larry, quando qualcosa va storto, Alex fa il suo nome e Piper viene condannata ad un anno di carcere. La sua vita cambia, e non solo perché in carcere entra a contatto con realtà diversissime dalla sua, con donne estremamente problematiche e con situazioni da gestire, ma anche perché in carcere incontra nuovamente Alex.

All’interno del carcere si crea un microcosmo, un mondo a parte, un mondo che però può offrire un’alternativa alla strada e che per questo uscirne può spaventare, come dimostra  il personaggio di Taystee che, una volta scontata la pena, decide di farsi beccare di nuovo per tornare dalla sua famiglia all’interno di Litchfield. Le detenute di Litchfield non solo dipingono uno scorcio della situazione sociale e multiculturale americana, con le stesse ricchezze di linguaggio e di contrasti, ma delineano un vero e proprio catalogo delle caratterizzazioni femminili: ognuna di loro ha commesso un reato per un motivo ben preciso, e così ogni puntata offre flashback nel passato di ciascuna detenuta per capire qual è questo motivo. Galina Red Reznikov, cuoca e leader del carcere, è un’immigrata russa che si è trovata a fronteggiare la mafia del suo paese natale una volta giunta negli Stati Uniti,  per tenere a galla il market aperto col marito e ripagare qualche debito dovuto al suo brutto carattere. Red è estremamente materna con le sue protette, non accetta la droga all’interno del carcere, detta legge con detenute e secondini. Nicky Nichols, figlioccia di Red, è una ricca ragazza di New York che ha passato l’infanzia con la baby sitter e non ha mai avuto attenzioni a sufficienza, per questo si droga e spinge sé stessa verso l’autodistruzione. Anche all’interno del carcere, Nicky cerca amore. Taystee è una ragazza di colore senza famiglia, ma molto dotata, che si è trovata in difficoltà nel trovare la sua strada e si è affidata alla trafficante Vee, che le ha assicurato una casa, un pasto caldo e affetto, in cambio di qualche lavoretto. Suzanne “Crazy eyes” Warren è una ragazza di colore adottata da una coppia bianca, con un mondo interiore e un modo di rapportarsi con le persone estremamente bizzarro, infantile, ludico ma a tratti inquietante,  modo di essere che  l’ha portata a trovarsi in situazioni difficilmente spiegabili anche per lei. Suzanne soffre di problemi mentali e probabilmente è sempre rimasta una bambina, la sua storia e il suo cuore suggeriscono allo spettatore che si trovi nel posto sbagliato per poter essere un giorno recuperata e riabilitata all’interno della società. Pennsatucky sembra provenire dal profondo sud bianco degli Stati Uniti, povero, razzista, ignorante, senza possibilità di riscatto, con il grilletto facile. Nel suo passato pochissimo rispetto verso sé stessa e nessun valore dell’essere donna e civilmente esistente, violenze sessuali subite a metà tra un “lasciami fare” ed il sentirsi accettata dagli altri, come le succede anche all’interno del carcere, numerosi aborti e uso smodato di droga, che la portano ed uccidere a sangue freddo l’infermiera della clinica dove si reca quotidianamente per abortire, la cui unica colpa é stata criticare la frequenza dei suoi aborti come sistema contraccettivo. C’è Sophia Burset, che prima era un uomo, e si trova a fronteggiare la discriminazione sia dentro che fuori il carcere. Anche le ragazze latine hanno grande spazio in OITNB, ognuna vittima della povertà, del barrio, della droga, degli uomini, mariti e padri padroni che le costringono a fare figli e a condurre una vita ai margini della società.

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La storia di ognuna di queste donne, anche quelle che hanno ucciso e compiuto i crimini più spietati, ci ispira simpatia e comprensione. Ognuna di loro è stata portata a fare determinati gesti dalla peggiore dei colpevoli: la società. E in questa serie tv la società americana entra prepotentemente, seppur restando sempre fuori (dal carcere), perché è per colpa sua che queste donne si trovano dentro, per le sue mancate possibilità, per la sua mancata integrazione, per averle costrette a scegliere una via “alternativa”: il reato. Ma in fondo, anche i secondini e lo staff tutto del carcere, non sono forse vittime della società, dei suoi sistemi selettivi e lucrativi? Uomini soli che si sentono forse un pò “castrati” dal loro ruolo e ricorrono a mogli online, sbiadite copie del macho anni ’80 che affermano la propria mascolinità nel portare la pistola all’interno di un carcere femminile, problemi di alcool o di soldi, problemi ad essere accettati, ricerca di amore o di identità, ognuno di essi condivide lo stesso macro-problema con le detenute: la società americana e il suo non riuscire ad integrare una realtà estremamente sfaccettata e non più catalogabile. Orange is the new black spinge ancora una volta il pubblico, attraverso gli schermi di Netflix, a guardare al reato dall’altra parte, a reinterpretarlo e forse a giustificarlo, a chiedersi se il modello che applichiamo alle colpe non sia obsoleto nei confronti di una realtà che cambia ogni giorno, non solo attraverso le strade, ma anche e soprattutto ora, attraverso la rete. Orange is the new black inserisce al suo interno i devices digitali che diventano strumento di potere e il sentirsi “fuori dal mondo” senza social network.  L’amore ed il genere sono trattati come nel mondo vero, ma si scontrano coi modelli televisivi precedenti e ne escono super vincenti: il genere, la razza, lo status sociale non esistono più se non nella mente di chi ancora discrimina e crea élite chiuse e schematiche. E’ forse la rivoluzione non solo dei modelli con i quali guardiamo la realtà, ma anche dei modelli con cui comunichiamo? Dobbiamo forse applicare criteri diversi, che aggiustino il tiro dove la società si crea e non dove va a finire? Siamo un’epoca di passaggio, il cambiamento siamo noi stessi. Io il cambiamento di vedute lo sento sfrigolare benissimo dentro OITNB, e quello che chiede alla società americana è chiarissimo: comprensione, inclusione, condivisione, flessibilità, aiuto. 

 

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