Quegli stereotipi da abbattere con la lupara

“L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equivalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.” (Jean Baudrillard – Simulacres et simulation)

Semplificando le parole di Jean Baudrillard,  con l’espressione “la precessione del simulacro” si fa riferimento a ciò che è avvenuto nell’epoca del grande consumo dei prodotti mediali e di massa, ovvero il concetto secondo cui l’immagine che è stata costruita di qualcosa o qualcuno, diventi la sua realtà perché conosciuta come tale, l’immagine si sostituisce quindi al reale.

Considerando questo, e tutto ciò che ne consegue, è doppiamente imbarazzante il fatto che dei professionisti abbiano scelto, nel 2017, questa foto per presentare la città di Taormina, scelta come sede del G7, alla stampa estera:

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Prima di parlare dell’immagine, vediamo brevemente il fatto, raccontato dal Corriere qui. Matteo Renzi annuncia, lo scorso anno, che il G7 si sarebbe tenuto a Taormina, messaggio forte, per mettere in luce la Sicilia e rilanciarne l’economia e l’immagine. Un anno dopo, il Governo mette a disposizione dei media stranieri un app all’interno della quale, tra le immagini rappresentative da poter usare per i loro articoli, l’immagine di cui sopra. La vogliamo rilanciare questa Sicilia, o affossare definitivamente sotto i colpi degli stereotipi radicati su questa regione, così come sul Sud e sul nostro Paese intero? Naturalmente, dopo aver ricevuto un mare di critiche, il Governo fa togliere l’immagine. Ma il Corriere utilizza l’immagine sopra per un parallelo eccellente ed estremamente efficace:

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L’uomo con la coppola è lo stereotipo un pò vecchiotto ed inflazionato, che ne Il Padrino di Francis Ford Coppola tanto funzionò. Certo, eravamo nel 1972 e si metteva in scena una Sicilia post seconda guerra mondiale, che dava riparo al figlio del padrino all’interno di un clan mafioso. Nonostante il contesto fosse fortemente indirizzato e parlasse essenzialmente di mafia, l’immagine intera degli italiani ne risentì, non solo in questo e per questo film, ma in generale nei media stranieri, legandosi indissolubilmente all’uomo con la coppola, che non era solo vezzo d’abbigliamento, ma che rappresentava molto di più. L’uomo con la coppola rappresenta il mafioso, l’uomo al limite della malvivenza e della latitanza, di poche parole e anche un pò ignorante, vestito di scuro, che si gira a guardare lascivamente, e anche un pò seduttivamente, le donne che passano. E’ l’uomo dell’immagine scelta per l’app del Governo. Veste abiti fuori moda, come se la Sicilia e l’Italia intera fossero rimasti al dopoguerra, fuma, veste i panni della maschera machista e maschilista dell’uomo italiano. Uomo e donna nell’immagine sono all’opposto, figurativamente, plasticamente e cromaticamente. Uno all’estrema destra, l’altro all’estrema sinistra. Linee dure e diritte per l’uomo, morbide e arrotondate per la donna, ad iniziare dal sorriso all’insù e dall’ombrellino vezzeggiante. Colori scuri per lui, colori accesi e caldi per lei. Lei veste il rosso della passione, lui non resiste e la guarda non con ammirazione, non con simpatia, non con amore: con desiderio. Il connubio classico, uomo italiano conquistatore e maschilista. Tant’è che lei abbassa lo sguardo, le farà piacere? Sarà intimidita? Non lo sappiamo, in questa foto è presente anche lo stereotipo sulla donna che deve tenere nascosto il suo pensiero (ed il suo sguardo), per salvaguardare l’onore, insomma abbiamo tutti gli stereotipi sugli italiani, in particolare del Sud. Stereotipi che, se cinquant’anni fa erano ancora perdonabili e facevano un pò folklore, oggi è tempo di cancellare. Di abbattere appunto, a colpi di lupara.

Ma chi meglio del nostro Governo dovrebbe e potrebbe accollarsi l’onere e l’onore di svecchiare la nostra immagine? Se non partiamo noi a vederci con occhi diversi, e rappresentare di conseguenza la nostra immagine in modo nuovo, con i valori che vorremmo, con l’uguaglianza e il grado di progresso che i rapporti hanno raggiunto in questi decenni, come possono farlo gli altri? Gli altri, i media esteri, già drogati da decenni di stereotipi su di noi.

Poi, scrivendo poco sopra che abbiamo fatto progressi nei rapporti sociali, mi vengono in mente tutti i femminicidi che avvengono, in continuazione. Dicevamo, la precessione del simulacro? L’immagine, di cui sopra, ha preso il posto della realtà.

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