Omicidi, gogne mediatiche e altri reati

Oggi mi sento spaesata, in un modo ideologico, filosofico. Oggi, di fronte a determinate notizie, ho sentito fortemente la mancanza di punti di riferimento, di verità, di umanità persino. Lo spaesamento è tipico delle epoche di grandi passaggi, almeno per chi cerca di ricondurre il tutto all’interno di percorsi predefiniti, di definizioni, di correnti. Ma il punto è che questi non esistono più, i modelli non reggono più, non c’è nulla di confrontabile e nulla che spieghi a noi esseri umani dove stiamo andando. Mi riferisco a due notizie in particolare. La prima, una mamma che dimentica la figlia in auto, condannandola a morte. La seconda, un ragazzo che spinge una donna in un burrone, naturalmente senza motivo, e naturalmente uccidendola. In un primo momento, lo sgomento: la perdita, la morte, il destino inspiegabile, due morti atroci e senza spiegazione logica. Se la morte, a parte quella per vecchiaia, può mai averne una. Mi chiedo come si possa giungere a tanto, dimenticarsi la propria figlia in auto, spingere una donna in un burrone. Sono due atti estremamente diversi e anche con implicazioni sociali molto diverse. Ma hanno generato morte, in entrambi i casi. E questo, a noi tutti spaventa moltissimo. E’ forse proprio la banalità di queste azioni, e il loro risultato, a generare in noi una reazione proporzionale di odio smodato. Sto provando a dare qualche spiegazione alle reazioni mediatiche.

teatro-elisabettiano

Per il primo caso, mi sento in dovere di citare il bellissimo articolo di Antonella Boralevi su La Stampa, “Quando si spezza una mamma”. Sì, perché dato che non si tratta di un caso isolato, come la Boralevi e come per fortuna molte altre donne, non mi sento di condannare la mamma in via definitiva. Intendiamoci: non da un punto di vista giuridico, perché sempre di omicidio si tratta, ma morale. Non mi sento di invocare per lei il rogo e la pena di morte, perché la grande colpevole non è solo lei. E probabilmente non si può nemmeno parlare di disagio familiare. La spiegazione potrebbe essere molto più banale e per questo molto più spaventosa. Io credo, con profondo disgusto e raccapriccio, che i ritmi di vita che facciamo ogni giorno, sì… con questi ritmi, con queste aspettative, nessuno può dirsi completamente al sicuro da determinati gesti involontari. Io ho lasciato varie volte il fornello della cucina acceso, uscendo di casa. No, non è successo niente. Ma sì, poteva andare a fuoco la casa, e con qualcuno dentro anche. Non l’ho fatto volontariamente, è chiaro, ed è una dimenticanza molto diversa rispetto a questo fatto di cronaca, ma fa comunque parte della vita di ogni giorno. E’ proprio con questo sentimento di ansia e autocontrollo continuo che ci martoriamo quotidianamente e siamo portati a fare cose così stupide, così banali, ma così irrimediabili. E invece i giudizi, di tipo morale appunto, che leggo in rete, sono terribili. Leggo orde di persone, di profili anzi, uomini e donne senza distinzioni, che si ergono a giudici ed invocano qualsiasi tipo di maledizione e castigo, con annesse riforme del codice penale. E meno male, verrebbe da dire, che i giuristi non si fanno consigliare su Facebook. Ma fino a quando? Ne ho parlato anche nella mia tesi di laurea. Fino a quando il diritto sarà al sicuro dal sentimento popolare, che tanto infiamma la rete e diventa pervasivo all’interno delle nostre vite? Gogna mediatica, si dice. Un pò come un tempo, quando le persone venivano condannate alla gogna pubblica. Parliamo di altre epoche, eppure il sentimento popolare è sempre lo stesso: può uccidere, se fomentato. E non è forse questa stessa violenza che proviamo quando leggiamo queste notizie, quando scriviamo i post carichi di rabbia augurando morte e pene terribili, non è forse questo sentimento che genera nel mondo solo altra violenza?

Nel secondo caso, se si è trattato di effetti di droga o no, non lo so. Ma un disagio c’è, in entrambi i casi. Questo ragazzo è un assassino, e prima di questo ha dei seri problemi. Mi è venuto naturale cercare il ragazzo su Facebook, non è forse incredibile e al tempo stesso macabro, vedere come spietati killer abbiano postato le foto col proprio cane fino all’altro ieri, esattamente come noi? Ho visto le sue foto, la sua mamma, i commenti degli utenti, tutti piovuti nelle ultime ore. C’è chi si domanda semplicemente come abbia potuto fare una cosa simile ad una povera donna che raccoglieva fiori, c’è chi si chiede se la droga possa spiegare determinati gesti. E fin qui, nulla da dire, a parte il domandarmi perché si sentano tutti così in dovere di dire la loro, ma siamo su Facebook… poi però fiumi di insulti, non solo al ragazzo ma anche alla madre: “uomo di merda”, ma anche “ebreo di merda”, dunque commenti razzisti, odio e violenza colmano ogni singola parola. Guardo la sua mamma sorridente e mi sento improvvisamente figlia e madre anche io. Guardo la foto di questo ragazzo e mi fa, sinceramente, pena. Questo ragazzo si è rovinato la vita e l’ha rovinata alla famiglia di questa povera donna. Merita il carcere, come ogni cittadino che viene riconosciuto colpevole di un reato. Ma chi siamo noi per giudicarlo? Questo ragazzo, forse la sua famiglia, ha dei problemi. Problemi di droga, problemi psichici, io non posso saperlo. Ma chi non ha un problema? Siamo proprio sicuri che i nostri problemi non degenereranno mai e non faranno mai del male a nessuno? Perché ci sentiamo così obbligati ad odiare tutto il male del mondo, quando è proprio l’odio a generarlo? Io non sono esente dal provare odio verso chi, a volte improvvisamente, a volte meno, interrompe lo scorrere della vita, l’ordine, l’equilibrio, la parvenza che ci siamo creati, e fa del male a qualcuno. Un odio che parte dalla paura, e che dunque acceca. Ma da qui a riempire la rete dello stesso odio che genera il male, ne passa.  E’ necessario lasciare che gli organi competenti facciano il loro lavoro, perché polemiche a parte, i nostri auguri di morte, i nostri giudizi intransigenti (sempre nei confronti degli altri), non salveranno il mondo, anzi… lo renderanno sempre più pieno di violenza.

Non è l’empatia che sono qui ad invocare, ma un sentimento estremamente più umano, la pietà.

 

 

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