Lo sguardo sordo

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L’uomo sale lentamente le scale del palazzo, contando gli scalini, quaranticinque fino alla sua porta. L’odore acre dell’umidità penetra nelle sue narici. Arrivato alla sua porta, estrae la chiave e la gira nella toppa. Silenzio all’interno dell’appartamento. Dalla cucina di fronte a lui proviene il rumore sordo di un pacco di latte che precipita sul pavimento, aperto. L’uomo sente provenire dal buio il rumore del liquido che si sversa, e il miagolìo del gatto che lo saluta. Sbuffa, ricordandosi di aver lasciato il latte aperto alla mercé del gatto, ma non si arrabbia, sorride. Trova il latte sul pavimento, prende della carta assorbente dal ripiano della cucina, e asciuga, in ginocchio sul pavimento. Indossa pantaloni di velluto a costine, scarpe di pelle molto eleganti, che stridono col resto dell’abbigliamento. I capelli, un po’ lunghi e ancora folti, cadono in ciocche sottili e untuose sulla fronte e sulle orecchie. Prende in braccio il gatto, che gli si è avvicinato, lo accarezza, mentre la stanza si riempie di fusa appassionate. Il gatto strofina con amore il suo musino umido contro il mento ispido dell’uomo.

Cataste di libri sul tavolo, cerca di fare spazio alla piccola busta di spesa del mattino. Qualche libro cade sul pavimento.

L’appartamento è in penombra, fuori il cielo nuvoloso minaccia una pioggia primaverile. L’uomo capisce che è quasi ora. L’ora del suo appuntamento quotidiano.

Allora prende la caffettiera dal lavabo, la passa sotto l’acqua, la svita con cura, controllando con le dita la guarnizione un pò consunta. Poi getta il fondo, odoroso di caffé e acqua. Prende il piccolo barattolo di porcellana, fredda al tatto, e riempie la caffettiera di nuovo caffé profumato di tostatura, di cacao, di terre lontane e calde. Mette la caffettiera sul fornello e poi apre la finestra. È quasi ora.

D’inverno, quando è davvero freddo, non apre la finestra, oppure la apre solo per pochi istanti.Il freddo è tanto e la richiude quasi subito, tenendo scostate le tendine in modo da non sottrarsi al suo impegno nemmeno per un attimo, almeno fino a quando sa che è terminato. Ma in primavera e in estate è piacevole, anzi, diventa un rito, aprire entrambe le ante della finestra e lasciarle aperte per tutto il tempo necessario. Mentre il caffé piano piano viene sù, egli spalanca la finestra e si accende una sigaretta dalla quale fa una profonda boccata. È il suo momento. Si versa il caffé nero fumante nella tazzina, poi si siede al tavolo, con la sedia rivolta alla finestra, gira il cucchiaino fino a sciogliere lo zucchero e aspetta, tenendo il capo ben proteso e bevendo il nero caffé.

La donna abbassa lievemente la fiamma del ragù. La carne sfrigola nell’olio, allora svita il coperchio della bottiglia di pomodoro e lo versa nella pentola, mescolando. Si sprigiona profumo di pomodoro fresco. E’ molto concentrata, guarda dentro la pentola osservando il risultato e aggrottando le sopracciglia. Ha un grembiule stretto in vita e gli occhiali che cadono sul naso. Di solito non li porta, ma per leggere, o per fare qualche lavoretto di cucito, ormai le servono.

Il vapore del cibo riempie la cucina, sta pensando alla cena. Sta preparando la cena per il figlio. E’ ancora giovane, ma non troppo. Non è più una ragazzina, è una donna matura. All’improvviso le viene in mente qualcosa e guarda l’orologio appeso. E’ ora. Il cuore le salta in gola con un solo balzo cancellando l’espressione concentrata. Si sente presa alla sprovvista, come se fosse la prima volta. Ma non lo è. Si sente impreparata e inadeguata, scioglie frettolosamente il nodo del grembiule e getta sul tavolo gli occhiali. Dà un’occhiata alle sue gambe, lisciandosi la gonna, e si trova orribile. Ha una vestaglia da casa, di quelle che portavano le nonne, blu scuro, che s’infila come un grembiule e si annoda dietro la schiena, incrociandola. Eppure, nonostante manchi di tutti gli elementi necessari alla sensualità, sa che piacerà. Si sente come sempre anche un pò in colpa, anche se non dovrebbe, visto che non ha più un uomo. Ma è come se moralmente questa situazione non fosse accettabile nemmeno per sé stessa, perciò è qualcosa che vive solo in quel brevissimo lasso di tempo.

Esce nel corridoio e getta via le pantofole. I collant hanno un buco esattamente sull’alluce, ma calcola che non dovrebbe riuscire a vedersi.

E’ anche impregnata di odore di cipolla, di carote, di sedano, di pummarola, ma tanto lui non lo sentirà, è troppo distante.

Entra nella stanza e già dalla porta, attraverso le tende ruvide color pergamena, un pò trasparenti, distingue la sua figura. E’ pronto. Lui è seduto alla sua finestra, dall’altra parte della strada, in linea d’aria molto vicino a lei.

La stanza in cui entra la donna sa di vecchio. È  la sua stanza da letto. C’è un vecchissimo armadio di scuro legno lucido, con riccioli e ricami pretenziosi sia in alto, verso il soffitto, che in basso, verso il pavimento. Al centro dell’armadio uno specchio su due differenti ante, che, se ne apre una e la ripiega sull’altra, vede mille stanze e mille sé stesse. È  lo specchio che la aiuta, di solito, perché resta lì di fronte e ci si fissa, non distogliendo mai lo sguardo dai propri occhi, imbarazzati, e dal proprio viso paonazzo.

Il letto è pesante, alto, con un vecchio copriletto color crema. Una cassettiera altissima, nella parete opposta. C’erano alcune cornici con delle fotografie, un tempo, ma poi temeva di incrociare lo sguardo di qualcun altro, e non più solo il proprio, allora le ha spostate in sala.

C’era anche una Madonna di ceramica, sopra il letto, con un bambin Gesù, ma ha tolto anche quella, come se ogni particolare fosse lì per giudicare la sua dubbia moralità.

Chiude la porta dietro di sé, come ogni giorno, calcolando che il figlio non rincaserà fino a pomeriggio inoltrato, dunque si calma un pò. Attraversa la stanza, tira le pesanti tende e apre la finestra, spalancandola. Il traffico entra prepotente col suo rumore metallico, ma non importa, lei non lo sente. Per un attimo lo guarda, un attimo carico di intensità, e così tutto può avere inizio. Le tende diventano un sipario che si apre, e l’unico attore è lei. L’unico spettatore è lui.

Si sdoppia. Da una parte, si passa stancamente una mano tra i capelli e fa l’espressione che lei pensa possa avere una donna che si sta cambiando d’abito nella sua stanza. Recita. Come a proteggere sé stessa, come se potesse dire “io mi stavo solo cambiando”.

Ma mentre pensa questo, il suo petto emozionato fa su e giù per il sentimento di languore, timido e imbarazzato, che la invade. Si sente ubriaca, cerca di controllare il respiro e i movimenti.

Si volge allo specchio e si guarda. Vuole prolungare l’attesa. I capelli rossi, in caldi ricci, ricadono sulle sue spalle. Passa un dito sulla cucitura della sua veste. Segue il seno abbondante, materno, al di sotto della sua veste. Procede lungo i fianchi, tondi e morbidi, la pancia strizzata nella guaina che ha messo quella mattina, quelle anni cinquanta. Non ha biancheria intima eccitante e non potrebbe mai andarla a comprare, dovrebbe fare i conti col peggiore degli inquisitori, sé stessa.

Però ha trovato qualcosa che potrebbe risaltare le sue forme, anche se ricorda esattamente che quando si accorse di lui, dall’altra parte della strada, lei si stava semplicemente sfilando delle calze di lana stoppose.

Scrolla la testa piena di riccioli, con un gesto che sa di civetteria lontana nel tempo, e mai più esercitata. Si sente forte così, si sente attraente, nonostante il collo rugoso, le braccia un pò molli, il seno che non sta più sù come una volta, si sente forte dei suoi ricci, dei suoi occhi penetranti, della sua abbondanza un pò felliniana.

Incrocia le braccia dietro la schiena, restando sempre di fronte allo specchio e dando il profilo alla finestra, e scioglie piano il nodo della veste. Come a voler prendere qualcosa sulla cassettiera, si gira verso la finestra, la veste si apre leggermente e lascia intravedere il suo corpo fasciato in un intimo antico. Il reggiseno color carne, con grosse spalline robuste che solcano le spalle, con inserti di pizzo delicato. La guaina, sempre color carne, e i collant tirati sopra e scomposti. Si vergogna, di nuovo, per un attimo, ricordandosi i collant. Poi si gira ancora e apre bene la veste verso lo specchio, lasciandola cadere sul letto dietro di lei.

E’ silenzio, tra loro. Non un soffio. Non sentono il traffico, sulla loro strada. Non sentono le voci, nella strada. Quel momento è quanto di più intenso essi possano vivere nella loro esistenza fatta di sughi da far bollire piano, e gatti pasticcioni.

Com’è nata, forse non riescono più nessuno dei due a risalirvi. E’ nata piano piano, con sguardi furtivi rubati dietro le tende, con centimetri di pelle svelati a poco a poco, per cedere a un attimo di sensualità sorda, mai appagata, poi respinta decisamente dietro la porta della stanza richiusa con un tonfo. Lei non sa il nome di lui, ha troppa paura per indagare, ma sa che vive al di là della strada da moltissimi anni, e sa che è sempre stato solo.

Lui conosce il nome di lei, ha chiesto in giro. Ma mai si sono avvicinati.

Si sono incrociati in strada, forse volutamente, ma lui sembrava non vederla, se ne stava lì fermo, dietro gli occhiali scuri, e sembrava quasi annusare l’aria. Lei è fuggita via, imbarazzata.

Questo è il massimo del rapporto con l’altro sesso che entrambi conoscono, da anni. Eppure sembra già sufficientemente appagante. Eppure, due persone sole possono essere vicine, vicinissime a qualcuno che non conoscono affatto e non conosceranno mai.

La donna è senza abiti, ora. Un brivido di freddo la pervade, come ogni giorno, anche col più torrido dei caldi. Lui aspetta, dall’altra parte della strada. Lui non si muove. Non fai mai nulla, semplicemente sta lì e aspetta. Sorride compiaciuto e felice verso di lei.

Lei non è nemmeno sicura che lui possa piacerle, non lo ha mai davvero guardato. Lei ha una relazione con lo sguardo di lui, ed è una relazione che la appaga.

Se ne vergogna, se pensa che si sta esibendo per lui, ma se pensa che lo sta facendo per il suo sguardo, allora va bene. Allora si lascia andare un pò, se pensa che quello sguardo è solo puro guardare, ed è magari staccato rispetto ad un cervello che potrebbe giudicarla.

Oggi ha deciso di fare ancora qualcosa in più. Piano piano, i gesti sono diventati sempre più audaci nel corso degli anni. Ma ci è voluto moltissimo tempo per arrivare a questo punto.

Così, non si slaccia il reggiseno. E’ ancora presto per il seno, e lei se ne vergogna. Si toglie lentamente i collant, seduta sul letto e guardandosi allo specchio. Si alza di nuovo, si gira, donandogli le spalle, e poi afferra l’elastico della guaina, tirando giù con un movimento veloce. Il suo fondoschiena è adesso libero e proteso verso di lui. Non è il fondoschiena di una ragazza, non è sodo, la pelle non è liscia, non è tirata. È un pò molle, quasi come un budino, è ampio, è accogliente. È il fondoschiena di una donna sola, in là con gli anni, che sta vivendo la relazione più eccitante della sua vita. È un fondoschiena attraente, perché freme d’eccitazione, e forse anche d’amore, l’amore per uno sguardo molto bramato. È seducente, perché vuole essere guardato. È dolce, è rassicurante.

I sensi dell’uomo hanno una scossa, ma non per il fondoschiena, ma perché con la sua sensibilità intuisce un gesto di ulteriore apertura, pieno di amore e di fiducia. Come un donarsi ancora di più al suo sguardo, non a lui, e questo lui lo sa.

Poi, per lei è come risvegliarsi dal torpore: improvvisamente sente giungere il traffico dalla strada e una risata che passa, e  quasi come se ridesse di lei, si sente nuda e inerme, afferra la guaina e corre via dalla stanza sbattendo la porta. Rientrerà solo più tardi, per chiudere tutto, e lui non sarà più dall’altra parte. Lui sente il tonfo della porta, dall’altra parte della strada, e capisce che per quel giorno è finito tutto.

La donna gira il ragù, immergendosi di nuovo nella concentrazione della cucina, si chiede se ha messo il sale. Di fuori, un’ombra vela il cielo. Tra poco pioverà.

L’uomo finisce la sigaretta e con calma chiude la finestra. Mette via la tazzina, dentro il lavabo. Cerca la ciotola, a tastoni, la riempie di croccantini, posandola a terra. Poi resta lì, accovacciato, cercando la morbidezza del gatto con le mani, ad ascoltare il suo ritmico sgranocchiare, come se fosse rimasto sordo fino a quel momento, e quello fosse il primo rumore che sente dopo moltissimo tempo.

In realtà ha sentito tutto, ogni singolo rumore, ogni fruscìo di vesti, e ha annusato nell’aria l’eccitazione, la vergogna, la paura, e quando le ha percepite, si è sentito felice, perché ha capito di avere riempito la vita di lei anche quel giorno, solo sedendosi e facendo da spettatore. Uno spettatore che non può vedere, se non con i sensi più profondi.

Il buio cala lentamente, fuori dalla finestra, ma lui non lo vede.

Lui non può vedere, il suo è uno sguardo sordo.

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