Netflix e l’apologia del reato 3: Breaking Bad

In questo post vorrei riallacciarmi all’argomento trattato per Narcos e Orange is the new black in precedenza, ovvero come il mondo dell’illegalità sia entrato nelle serie TV degli ultimi dieci anni attraverso una riflessione totalmente inedita rispetto al passato.

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Nel corso del Novecento, la sfera del crimine è stata trattata in TV e al cinema  con mille sfumature diverse. La tendenza primaria è sempre stata quella di dipingere il mondo  come diviso tra bene e male, secondo la visione dicotomica  derivante dalla filosofia moderna. Ad esempio, tra le serie ricordiamo il Tenente Colombo, che arrivava puntualmente a fine puntata col colpevole in pugno, così come  La signora in giallo . Il punto di vista era sempre quello del “bene”,  inteso come valore morale universalmente accettato e condiviso, il quale doveva trionfare sullo schermo, e il male alla fine doveva rientrare nei suoi ranghi, sconfitto. Al cinema in particolare però c’è sempre stata anche la volontà di raccontare il mondo del crimine come travaglio interiore e intimo del protagonista,  impegnato in un’ascesa irrefrenabile verso il male (Scarface di Howard Hawks nel 1932 e quello di Brian De Palma nel 1983) e che finiva, in ogni caso, in modo tragico, insegnandoci che certe scelte non portano mai nulla di buono. Le storie erano costruite certamente per intrattenere, ma anche per comunicare un forte messaggio morale.

Quello che io ho avvertito nelle serie di cui parlavo sopra e che avverto anche in Breaking Bad è un interrogativo ulteriore, un desiderio di mostrare il mondo in modo meno semplicistico, più problematico ed elaborato, così come è la realtà odierna, policentrica e pluralista. È necessario capire come il mondo va evolvendosi e a quali modelli  fare riferimento, o creare dal nulla, per interpretarlo al meglio. Cosa è giusto e cosa è sbagliato? La risposta a questa domanda, inoltre, è corretta sempre, in qualsiasi tempo e contesto? Oppure l’umanità e la società si evolvono, dandoci la possibilità di vedere le cose da molteplici punti di vista, senza per questo degenerare, ma offrendoci altri valori di riferimento, che non siano solo bene e male? Tra questi due, ci possono essere sfumature, oppure applicazioni in base al contesto?

Parliamo però finalmente di Breaking Bad. Questa serie di enorme successo è andata in onda dal 2008 al 2013 negli Stati Uniti sulla TV via cavo AMC, in Italia è andata in onda inizialmente sul canale satellitare AXN e poi su Rai4. Quindi, molto prima di Narcos. Mi pare però giusto affermare che con Netflix, negli ultimi anni, è diventata un vero e proprio cult da bingewatching.  È considerata dalla Writers Guild of America la tredicesima serie meglio scritta di sempre. È la storia di Walter White, professore di chimica dimesso e impacciato, con alle spalle una promettente carriera da premio Nobel stroncata, costretto a fare un umiliante secondo lavoro per mantenere moglie, un figlio adolescente disabile e un secondo in arrivo, all’alba dei cinquant’anni. Walter scopre di avere un tumore ai polmoni con ben poche chances di sopravvivenza, ma ha ancora qualche tempo prima di morire e decide impiegarlo cuocendo cristalli di metanfetamina con un suo ex studente, Jesse Pinkman, per lasciare del denaro alla famiglia e permetterle di vivere dignitosamente anche senza di lui. La serie, naturalmente, non vuole suggerire a nessuno di mettersi a produrre droga, le difficoltà che incontra Walt e i pericoli sono tanti e tali che questo messaggio è decisamente e ovviamente da escludere. Le domande che si fa la serie, anche se non esplicite, credo siano tutte racchiuse in un dialogo presente nella prima serie, tra Walt e suo cognato Hank, agente della DEA, naturalmente all’oscuro della nuova attività di Walt. Non ho trovato il video, se qualcuno anzi me lo potesse segnalare... intanto faccio un riassunto: Hank offre a Walt uno dei suoi sigari Cubani, avuti da un collega dell’FBI al quale ha fatto un piccolo favore. I due parlano di cosa sia legale e cosa illegale. Walt gli ricorda che quello che stanno facendo in quel preciso momento (bere, ai tempi del Proibizionismo) un tempo era illegale, perciò si domanda cosa  in futuro sarà legale che non lo è ora, dicendo che si tratta di arbitrarietà. Hank, personaggio fortemente stilizzato nei suoi tratti di agente americano concentrato nel ruolo di difensore della legge, risponde che molti in carcere parlano in quel modo. Sono, infatti, delinquenti.

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Appunto: cosa sarà legale in futuro? Quante cose non potevamo fare cento anni fa? Senza tirare in ballo necessariamente la droga, che è intrinsecamente dannosa per la salute umana, cento anni fa semplicemente non si poteva divorziare. E ancora, è così giusto dividere il mondo tra buoni e cattivi? Non sarebbe invece più opportuno cercare di comprendere quali sono i punti liquidi di questa società, nei quali bene e male per forza di cosa si incontrano e generano situazioni che non è così facile catalogare sotto valori morali ben definiti. Un uomo che sta per morire e vuole permettere alla famiglia di avere una vita decorosa, è così condannabile perché crea della droga i cui consumatori comprerebbero comunque? Questo espediente è anzi, all’interno della serie, la porta per cui Walter, trovando il male dentro di sé, riesce a vivere finalmente una vita più autentica e non avere più la paura che ha sempre contraddistinto la sua esistenza.

Concludo facendo la stessa riflessione che scrissi per Orange is the new black: io credo che queste serie possano essere il segnale che una parte degli Stati Uniti, e del mondo tutto, sta ripensando la sua via giustizialista, il modo di definire la società e i valori morali, senza più le nette distinzioni del passato. La domanda però nasce di conseguenza ed è vecchia ormai:  è la società che influenza i media o viceversa?

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