Nel mezzo dell’Europa o forse no

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Era una notte senza nuvole, un cielo blu Van Gogh era sopra la mia testa, letteralmente. Un cielo tempestato di stelle luminose. Uno di quei cieli che solo in montagna, d’estate, in pieno Agosto, si può avere la fortuna di ammirare. Montagna? Quindi ci trovavamo in montagna? O collina? O solo una zona molto boscosa? Infatti, se già non fosse abbastanza chiaro… ci eravamo persi. Eravamo partiti quella mattina per affrontare il rientro in Italia dopo un lunghissimo viaggio attraverso buona parte dell’ Europa.

Quello fu uno di quei viaggi che si fanno poche volte nella vita, che durano molte settimane, e che alla fine neanche ti ricordi più quando sei partito esattamente, e com’eri quando sei partito. Perché hai visto tante facce, conosciuto tanti luoghi nuovi, le cui dinamiche sono diventate anche un po’ tue. Hai scandagliato le mappe delle metropolitane e imparato quali linee prendere e in quali direzioni. Hai imparato a riconoscere strade e parole, odori e colori.

Eravamo partiti con le prime luci dell’alba di un mattino di Agosto. È un mese caldo in Italia, di solito, ma quell’anno non smetteva mai di piovere. E così sarebbe stato anche lungo tutto il nostro viaggio, ma senza rovinarcelo. Anzi, la pioggia aveva regalato profumi nuovi all’erba e alla strada, alzando nuvole panoramiche e disegnando nuovi sfondi solo per noi.

Eravamo partiti, dicevo, in direzione Nord. Eravamo arrivati a Monaco di Baviera nel pomeriggio, incontrando, appunto, pioggia, tedeschi e buona birra.

Avevamo poi proseguito verso la meravigliosa Praga, per la quale dovrei scrivere un’enciclopedia a parte e non dodicimila caratteri, ma ci sto lavorando. Quella fu la prima volta che incontrai Praga, ma della nostra relazione ho già parlato in altri luoghi.

La linea del nostro viaggio continuò poi a tracciarsi verso Nord Est, riprendendo la Germania: quella parte di Germania che una volta era chiamata dell’Est, di diritto all’interno della cortina di ferro sovietica.

Giunti a Berlino, capii che quel viaggio non si stava rivelando affatto rilassante né semplice, ma mi stava donando una delle linee di interesse più importanti della mia vita. Non era un viaggio di piacere, bensì di intensa conoscenza. L’essere a Est implicava vedere un mondo molto lontano da quello da noi conosciuto, un mondo cresciuto, negli ultimi decenni del ventesimo secolo, all’interno di una bolla che a Occidente non conosciamo. All’interno di quella bolla c’erano moltissime altre cicatrici, risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: era dunque un viaggio a ritroso nella storia. Berlino in particolare fu capace di raccontarci com’era la vita di una città divisa in due, il riverbero del Muro continuava insistente nonostante fossero passati decenni da quando era caduto. Berlino era ancora divisa in due, anche se le differenze erano meno accentuate e anche se non c’era più il Muro – non dappertutto – o il filo spinato, e soprattutto non c’erano militari a sparare sulla tua voglia di muoverti. Quelle due parti ancora presenti erano come l’eco della dicotomia che stava morendo, delle due ideologie messe a confronto, e proprio perché stava morendo, la città le stava amalgamando, a fatica, come il caffè del mattino. Quando giri il cucchiaino e mischi zucchero e liquido nero fumante. Da Berlino avevamo proseguito per Schwerin, un incantevole lago all’estremo Nord della Germania, immerso in un’atmosfera da favola. Il castello ci sembrò quello della Walt Disney, si affacciava pieno di guglie e torrette nel lago verde che si perde all’orizzonte. L’acqua era trasparente e celava, come un portagioie, una rigogliosa flora subacquea, mentre le anatre scivolavano sopra il pelo dell’acqua, in fila indiana. Le nuvole lunghe chilometri riempivano il cielo quel giorno, e si specchiavano anch’esse nel lago fresco. Lì si è sufficientemente a Nord perché la luce, in estate, duri molto più a lungo, e quella sera si crearono giochi di luci fatate sull’acqua, tra il sole che non voleva andarsene  a dormire, il cielo misterioso e la luna insolente. Il viaggio proseguì attraverso Olanda, Belgio, poi finalmente Francia del Nord, dove abbandonammo le metropoli e ci stendemmo languidamente sulle spiagge fredde della Normandia, e poi sugli scogli granitici della Bretagna. La Bretagna è un buffo posto, ci sembrò di arrivare nella Contea de Il Signore degli Anelli: i nomi francesi erano sottotitolati in celtico, in ogni cartello stradale, le persone non avevano nulla a che vedere con i francesi un po’ spocchiosi, la loro fu un’accoglienza genuina e verace. Partecipammo a piccole feste su altrettanto piccoli porti sull’Atlantico, dove le barche non sempre si trovano in acqua, ma improvvisamente sulla terra ferma. Ascoltammo musica celtica con i pescatori di ostriche, e prendemmo parte ad antichi rituali per il mare e la terra. E poi ci perdemmo, come stavo dicendo all’inizio.

È così che dev’essere in ogni viaggio che si rispetti, bisogna partire organizzati e sapere dove si vuole andare, ma poi anche lasciar perdere e perdersi, ad un certo punto, per ritrovare con più magia la strada di casa. La mattina della partenza, dal Nord della Francia superammo Rennes, ed è lì, più o meno, che prendemmo la decisione di uscire dall’autostrada. Già di per sé le autostrade, in quel punto di Francia, avevano qualcosa di veramente curioso. Seguivano infatti le pendenze vertiginose delle colline con troppa meticolosità, creando un effetto montagne russe che faceva venire le vertigini. Perciò si crearono lente colonne che salivano, salivano, salivano, pareva che stessero scalando il tetto del mondo, e arrivati sulla cresta n alto… ecco che ci si fiondava giù, sempre più giù con la stessa pendenza folle, con la sensazione che i freni non avrebbero mai funzionato. Prendemmo delle strade secondarie, certi di riuscire ad arrivare ad Avignone in serata, dove avevamo l’ultimo albergo prenotato prima di far rientro in Italia.  Passata Limoges, i cellulari smisero di funzionare e il pomeriggio pareva inoltrarsi verso la sua fine, benché ancora lontana a fine Agosto. Ci addentrammo in una serie di parchi nazionali bellissimi, dove non era possibile però incontrare anima viva. Pareva di essere tornati indietro nel tempo, e soprattutto pareva di essere fuori dal mondo. Che buffo, no? Quando guidi per ore e non incontri nessuno, e soprattutto non trovi cartelli che indichino le grandi città che conosci, pensi di esserti perso. In realtà, è allora che il viaggio ti sta offrendo l’opportunità migliore: fuggire via. Attraversammo il parco regionale di Millevaches en Limousin e, una volta giunti a Saint Flour, ci rendemmo conto di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia. Ricordo la telefonata all’albergo di Avignone per avvisare che saremmo arrivati in tarda serata. La signora mi chiese dove fossimo, e quando risposi : «Nous sommes à Saint Flour», il silenzio calò dall’altra parte della cornetta: era impossibile pernottare ad Avignone, almeno per quella sera. Noi proseguimmo comunque, impavidi. E, dalle parti di Mendes, prendemmo una strada che solo molto vagamente chiamava verso Sud, e che ci avrebbe condotto dritti dritti in un inferno dantesco: la terribile strada N106, che ancora a volte vado a controllare, su Google Maps, per essere sicura di aver davvero percorso, che sia reale e non frutto della mia fervida fantasia. Quella strada attraversava l’ennesimo parco naturale, scendendo a Sud, e quando dico scendere sto scegliendo un eufemismo. Era, letteralmente, un tornante dietro l’altro che scendeva, piombava, anzi. Senza sapere dove ti trovi, senza incontrare (di nuovo!) altre persone, senza avere indicazioni. Scendere, scendere, scendere… senza che arrivi mai la fine. Ci chiedevamo: «Prima o poi smetteremo di scendere, no? Non arriveremo al centro della terra.» E invece niente, quella strada continuava a serpeggiare vertiginosamente attraverso il bosco fittissimo per centinaia di chilometri. Il buio stava calando e il mio volto, per via delle curve, stava raggiungendo nuove tonalità di verde, mai viste prima sulla terra.  A mezzanotte dovemmo arrenderci: se mai avessimo trovato un’altra strada che incrociava quell’inferno di asfalto e boschi, non saremmo mai arrivati nel Sud della Francia prima del mattino, ed eravamo davvero troppo stanchi. Nerina, il nostro meticcio, languiva pigramente sul sedile posteriore, e naturalmente stava morendo di fame. Avevamo del cibo per lei, ma per noi solo qualche biscotto. Non esiste nessun ristorante sulla famigerata N106, né supermercato. Però ci sono parcheggi dove le persone dormono. Eh, già, perché non eravamo soli in quell’avventura. Il buio era calato e numerose auto e camper avevano deciso di sostare in quel parcheggio per la notte, benché la strada fino a dieci minuti prima fosse deserta.  Quella notte passata a dormire in auto, sotto il cielo stellato, da qualche parte al centro, forse, della Francia, m’insegnò due cose fondamentali: la prima è che dormire all’addiaccio mi rende paranoica, e la seconda è che le curve provocano meteorismo nel mio cane. Tutto il parcheggio si era sonoramente addormentato, compresi i miei compagni di viaggio, sia quello a due che a quattro zampe, io invece  ero ancora con gli occhi sbarrati a fissare il cielo. Non erano le altre auto o camper a darmi pensiero, bensì quelle piccole luci sopra di me, nell’immensità del cielo, che facevano avanti e indietro. C’erano queste piccole luci, una dietro l’altra come le anatre al lago di Schwerin, che non erano stelle, e che proseguivano lentamente attraverso il cielo. Camminavano placide. Mi misi a fissarle. A un certo punto si bloccarono e iniziarono a tornare nella direzione opposta, a fare il percorso inverso. Sgranai gli occhi, forse ero davvero stanca. Provai a dormire, ma niente. Era come se sentissi la loro presenza. Riaprii gli occhi ed erano ancora lì, e appena le guardavo si bloccavano e tornavano indietro. Mi convinsi che chiunque fosse all’interno di quelle piccole sfere luminose, poteva vedermi. Poteva vedere me, a testa all’insù dentro l’auto parcheggiata in un bosco enorme sperduto da qualche parte in Francia, in un luogo introvabile sulla cartina, e poteva farmi capire che mi stava controllando. Controllando per cosa? Forse ero io allora che guardavo loro? Non so come mi ritrovai all’interno della spirale di questi assurdi pensieri, spirale infinita così come le curve della strada N106, ma in qualche modo devo essermi addormentata, nonostante i rumorosi peti del mio cane, e il finestrino che per forza di cosa veniva mandato su e giù. Mi svegliai quando il chiarore timidissimo dell’alba stava già scaldando il parabrezza dell’auto, creando un fastidiosissimo effetto serra.

Era tempo di ripartire. Ormai la notte all’albergo era andata, doviziosamente addebitata sulla mia carta di credito. Con lo stomaco vuoto, tentammo di trovare un posto dove mangiare, alcune centinaia di chilometri dopo, nei pressi di Nimes. Sì, la strada N106 effettivamente arrivava da qualche parte, ma era sempre qualche parte troppo lontana. Avevamo già avuto esperienza nel sud della Francia con la ricerca di luoghi in cui rifocillarsi, anche se questa è un’altra storia, di un altro viaggio, e dovevamo ricordarci che nessuno ci avrebbe sfamati: nel sud della Francia per mangiare è sempre troppo presto o troppo tardi, questo per quel che ci riguarda. Insomma, decidemmo di mangiare solo una volta toccato il suolo italico. La stanchezza era troppa, a quel punto. E così, guidati dal miraggio di un enorme piatto di spaghetti, rientrammo in Italia, dove ogni strada ci sembrò familiare e meno fastidiosa.

Questa notte imprevista mi insegnò, tutto sommato, anche altre cose: che è bello perdersi, è bello disfare i programmi e lasciare che il caso faccia come preferisce, a volte. Ed è bello anche rientrare a casa, dove un altro viaggio sicuramente inizierà.

 

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