L’isola bianca

Beautiful classic view of Santorini Greece with flowers

Un fascio d’intensa luce entra nella stanza e colpisce le sue palpebre, costringendole ad aprirsi. Come spesso accade, per una frazione d’istante si chiede dove si trovi, andando a cercare nella memoria tutte le stanze in cui ha dormito nella sua vita, sovrapponendo la loro immagine e la disposizione dei loro mobili all’immagine che si trova davanti in questo momento, come uno stencil. Infine la mente si sveglia e risponde allo stimolo della luce, riconoscendo la sua attuale stanza. Sa che deve alzarsi e si chiede se la sveglia abbia suonato. Tutto intorno a lei diventa a poco a poco familiare. La lunga tenda bianca che accarezza il pavimento non ha coperto completamente le grandi finestre, così che la luce è riuscita a entrare attraverso un minuscolo buchino della serranda non del tutto chiusa, portando con sé pulviscolo di sole.

Lunghi capelli finissimi, alcuni bianchi e alcuni biondo miele di castagno, disegnano arzigogoli sul lindo cuscino. Alcune goccioline di sudore imperlano la fronte, arricciando gli ancor più sottili capelli intorno alle tempie.

Scosta il bianco lenzuolo, profumato di detersivo. Appoggia i piedi spigolosi sul morbido tappeto bianco, portandosi a sedere sul letto. Una farfalla dorata sta dormendo sull’anta dell’armadio, ma lei non la vede. La farfalla muove impercettibilmente le piccole ali e nuova polvere di luce si diffonde attorno a lei.

La donna si alza e lentamente si avvia nel corridoio.

Appena entra in cucina, una voce quasi metallica, eppure calda, irrompe da una noce (o almeno a lei sembra una noce) all’interno del cesto della frutta. «Buongiorno Giulia. Ti stavamo aspettando. Il caffè è già caldo nella caffettiera. Vestiti, e poi esci, sarà una lunga giornata». Giulia si strofina gli occhi assonnati guardando la noce, non è stupita dalla voce, ma dalla noce. “Io non ho mai avuto un cesto della frutta”, pensa, cercando di ricordare come può essere finito nella sua cucina. Improvvisamente, un’altra sensazione di familiarità l’avvolge. Si tratta di tecnologia, e lei è abituata alle nuove tecnologie.

Si versa il caffè in una tazza, e si avvicina all’enorme finestra della sua sala. La meraviglia l’accoglie, “Come ogni mattina”, pensa. I bianchissimi tetti sotto di lei scendono gradualmente in direzione della distesa color crisopale. All’orizzonte, alcune vele stanno solcando la superficie increspata da un vento gentile. Lo stesso vento apre una finestra socchiusa nella stanza, muovendo con una carezza le tende, e spingendo delicatamente Giulia sul balconcino adorno di bouganville coloratissime. I fiori le appaiono improvvisamente come una presenza viva, come se stessero lì a guardarla. Li accarezza e si perde per un attimo nell’intenso fucsia dei petali, che contrasta col bianco luminescente delle pareti e delle strade, tutto intorno. Le pupille si fanno piccole piccole, aggredite da tanta luce. Giulia respira a pieni polmoni e annusa nell’aria un intenso profumo di erba appena tagliata e rondelle di banane spolverate di zucchero, come quelle che le preparava la nonna da bambina. “È ora di uscire”, si sorprende a pensare, come se qualcuno glielo avesse suggerito.

Si veste e si avvia alla porta. La strada all’esterno, anch’essa bianca, alza una sottile polvere che aleggia a pochi centimetri da terra, e quasi inghiotte i piedi. La via irregolare sembra vuota. Giulia istintivamente si avvia alla sua sinistra, nella direzione del luogo in cui lavora, dove si reca tutti i giorni da molti anni. Ma questa mattina qualcosa manca sulla sua strada, anche se non saprebbe dire cosa con certezza. O forse c’è qualcosa in più. A ogni porta sulla via, un alberello di magnolia cresce rigoglioso. Le loro fronde sono in fiore, i bianchi fiori bordati di rosa sono tutti aperti e ogni fronda pare toccare l’altra, trasformando la via in un corridoio di impalpabili nuvole di fiori di magnolia, i cui contorni si confondono nel bianco calce delle mura. Giulia guarda stupita sopra la sua testa, come per la noce e per la stanza, ma quel leggero stupore che le fa per un attimo girare la testa è prontamente sostituito dalla sensazione calda e piacevole di aver già visto tutto questo, ogni giorno della sua vita.

Giulia si sente quasi felice “Che bello riuscire a guardare le cose sempre con lo sguardo meravigliato della prima volta”.

Una vecchia signora vestita di nero, è seduta su un gradino poco più avanti.

Giulia non si era accorta di lei, ed è strano, perché la signora è uno squarcio di nero nel bianco candido. Ma probabilmente era troppo occupata ad ammirare i fiori.

«Buongiorno Giulia» le dice la signora. Ha un fazzoletto nero a coprirle il capo, pelle rugosa, incartapecorita dal tempo, dal vento e dal sole. Gli occhi, pepite azzurre luminose come bagliori nella notte, sono giovani. È come se i suoi occhi fossero appena nati, tondi e aperti al mondo come quelli di un neonato. Il viso è però antico come l‘origine del mondo. Il suo sguardo è dolce e rassicurante, avvolgente, conosce Giulia da una vita.

«Buongiorno signora» le risponde Giulia di rimando, sorprendendosi nel sederle accanto sullo stretto gradino di pietra.

«Ti stavo aspettando» le dice la signora, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Anche lei??» ride Giulia, ricordandosi della noce parlante. «Devo aver dormito per moltissimo tempo» e ride ancora, buttando la testa all’indietro e scoprendo i denti, con la piccola fessura al centro.

La signora non risponde e Giulia continua «Anche la mia noce questa mattina mi ha detto che mi stavano aspettando. Beh, non una noce vera, è uno di quei dispositivi nuovissimi che si mettono in cucina, sa… Ti prepara il caffè e ti dà il buongiorno»

«Certo, tutti ti stavamo aspettando – sorride la signora- Ma io un po’ di più. Giulia, hai ancora della strada da fare, devi andare».

«Sì, per arrivare al lavoro devo ancora camminare un po’ e temo di essere in ritardo… perciò è bene che io prosegua» e si alza, baldanzosa.

«Sì, quello che succederà oggi è quasi un lavoro, un lavoro molto importante, ma non quello che ti aspetti. Si tratta di riconoscere la tua condizione. Alcuni ci mettono un secondo, altri giorni interi, altri anni. Prendi questo…»

La signora si alza faticosamente e dall’albero sopra la sua testa stacca un rametto di magnolia, dove alcuni fiori sono ancora attaccati.

«Grazie…» sussurra spaesata Giulia.

«Portalo con te, per tutta la giornata. Quando l’ultimo petalo sarà caduto, saprai»

«Che cosa saprò?»

«Non adesso, quando è il momento.»

Giulia prosegue il cammino, interrogativa. “La vecchia deve essere un po’ andata…” pensa.

Il mare all’orizzonte, sopra i tetti bianchi, luccica. Giulia scende nella sua direzione. Improvvisamente, un languore infantile prende il suo stomaco. Come da bambina, quando i nonni la portavano al mare, e quando arrivavano in prossimità, lei vedeva oltre le strade, tra gli edifici, quella strisciolina azzurra luccicante e iniziava a fremere per arrivare in spiaggia. La nonna! Come le manca la sua nonna, e cosa darebbe per vederla ancora una sola volta. Molto tempo è passato dalla sua morte, molte cose sono successe da allora.

Un velo grigio copre per un attimo gli occhi di Giulia, pensieri di morte e dolore girano nella sua mente, pensieri che vengono spazzati via improvvisamente da una mano di fronte ai suoi occhi. Una mano che, come a voler togliere il velo grigio, solleva qualcosa d’invisibile e lo fa volare verso il cielo blu. Giulia si riscuote e indietreggia.

La mano appartiene a un uomo con una lunga barba bianca. Nell’altra mano regge un secchio, all’interno alcuni attrezzi per la pesca, tra cui una rete verde tutta aggrovigliata. Sul capo porta un cappellaccio di paglia, per difendersi dal feroce sole al largo della costa. Calza ciabatte di vecchissima pelle, ci si domanda quale pelle sia più vecchia e usurata, se quella del vecchio o quella delle ciabatte. Una canotta bucata a coprire il busto, mentre due forti braccia, colorate dal sole, sono infilate in una camicia aperta e logora anch’essa. Porta pantaloni di tela bianca, e guarda Giulia con un’espressione preoccupata, come se stesse aspettando che lo riconosca, che si risvegli dal coma.

«Giulia, sei pronta?» la apostrofa perplesso.

Giulia, ancor più sorpresa, si chiede di cosa stia parlando e come abbia fatto a trovarselo di fronte all’improvviso.

«Per cosa, mi scusi?»

«Dobbiamo andare, presto.»

«Io e lei??»

«Sì, presto. Dobbiamo andare a pesca.»

Giulia scoppia a ridere.

«Credo si stia sbagliando» dice sorridendo, mantenendo la sua innata gentilezza, quasi rincuorata e intenerita dall’aria fragile e confusa del vecchio «Io sto andando al lavoro. Forse lei stava aspettando qualcun altro».

“Eppure sa il mio nome”, pensa Giulia, di nuovo frastornata.

Il vecchio non sembra affatto darsi per vinta. Afferra la mano di Giulia, la quale si stupisce per la morbidezza di quella vecchia mano, e la tira dolcemente, guidandola nella sua direzione. Il gesto non è invadente, Giulia non si ritira.

«Giulia, non c’è nessun lavoro verso cui andare. Ora è tempo per te di salpare. Devi chiudere alcune questioni importanti, prima di prendere il volo»

«Ah! Dovrei anche volare oggi? Mi faccia capire, devo andare a pesca e poi prendere un volo?» è divertita, e si lascia trascinare lungo la discesa, il porto è ormai vicino.

«Non c’è alcun bisogno che tu ti rivolga a me dandomi del lei, mi chiamo Federico»

Un brivido corre lungo la schiena di Giulia e il sorriso le muore sulla bocca.

Federico era il nome di suo figlio, scomparso quando aveva solo pochi anni. Oggi Federico avrebbe dieci anni e sarebbe un bambino bellissimo.

Il vecchio Federico la guida verso il porto, lungo la banchina di pietra.

Numerose barche sono placidamente adagiate sull’acqua, legate alla banchina tramite vecchie funi molto grosse. Giulia si ritrova a osservare con stupore il fondo del mare nero, oltre uno strato di acqua trasparente e calma.

Un fondo nero come la pece, nero come ebano invecchiato, nero come carbone sul foglio ruvido di carta bianca, eppure invitante, ipnotico. Federico la porta verso una barca in particolare, una barca a cui è legato un fazzoletto bianco. Una volta giunto davanti, con destrezza scioglie le funi e sale sopra la barca, aiutando poi Giulia a salirvi a sua volta. Una volta salita, un turbine di emozioni la pervade. Sente che dovrebbe andare al lavoro, eppure sente anche che deve seguire il vecchio. Si sente confusa, all’improvviso, in bilico tra la sensazione di familiarità che la avvolgeva fino a poco fa e un’altra sensazione, di assoluta sorpresa e presa di coscienza, come se tutto ciò che sta vedendo questa mattina è nuovo, o forse troppo antico per essere compreso. Guarda verso il mare Giulia, e si chiede cosa ne sarà di lei, e di tutte le certezze costruite faticosamente in questi anni. Fino a poco fa, questa mattina, pareva non pensarci più. Tutto sembrava scorrere nel solito modo, quel modo che si era costruita per non soffrire più. Le abitudini, gli interessi, il lavoro. L’amore per la vita, nonostante tutto il dolore che l’aveva accompagnata. Giulia riusciva ancora a sorridere, dando amore al prossimo per lenire le ferite. Questa mattina, un cambiamento di percorso le ha fatto tornare in mente la fatica fatta per costruire un mondo dove il dolore fosse spinto fuori.

Dalle viscere del suo essere un’altra sensazione si fa strada, come se tutto ciò non fosse reale. A questo pensiero, un’alta onda solleva la barchetta con uno scossone, e poi la riporta giù, verso acque più calme.

«Non farti domande, Giulia, ora devi lasciare fare a me, devi fare quello che io ti dico. E, se lo farai, tutto andrà bene» dice Federico, intuendo i suoi pensieri.

Giulia si scopre con gli occhi gonfi di lacrime e, piena di paura e confusione, stringe la mano del vecchio che sta remando. Nell’altra mano, improvvisamente, si ricorda il rametto di magnolia che le ha donato la vecchia e lo guarda, mancano molti petali che prima c’erano. Guarda dietro di loro, oltre la barca, sulla superficie del mare, e vede i petali che galleggiano, trasportati dalle onde, andati per sempre.

Il vecchio rema per un tempo che pare essere infinito. Alcune gentili creature si avvicinano alla barca, delfini e gabbiani, ognuno di essi appoggia con delicatezza il muso, o le piccole zampe filiformi, sul bordo della barca e attende una carezza dal vecchio. Giulia ha la sensazione che lui stia comunicando con loro attraverso una lingua per lei sconosciuta.

In mare aperto, dove pare non esserci nulla se non acqua e cielo, il vecchio si ferma. Con estrema lentezza, prepara la sua rete. Scioglie ogni groviglio con calma, con le nodose dita cotte dal sole, poi getta la rete in mare.

La rete scompare, inghiottita dalle onde. Poi il vecchio si siede e prepara la sua pipa, sbriciolandovi dentro foglie di tabacco viola. Una volta pronta, accende la pipa e aspira una gran boccata, per poi soffiare un’enorme nuvola di fumo azzurrognolo verso Giulia.

Il profumo di rosa della nuvola di fumo la distoglie da pensieri dolorosi.

«È arrivato il momento, Giulia. Buttati in acqua.»

«Cosa?!» grida Giulia, risvegliata dal torpore «Perché? Cosa dovrei fare in acqua?»

«Temo che, a questo punto, tu non abbia altra scelta, e comunque non si tratta di qualcosa che puoi capire prima di farlo. Devi farlo e basta. Io ti aspetterò qua. Devi avere fiducia, Giulia, la stessa fiducia che hai messo nella vita, anche se è stata devastata in più momenti. Come quando hai perso il tuo bambino, ti ricordi Giulia?»

Giulia ammutolisce, segue le parole e le nuvole di fumo del vecchio.

«Proprio come allora, quando, nonostante il dolore, hai deciso di avere fiducia nella vita. Ancora un po’, ti sei detta, ancora un po’ di fiducia. Ora mi metto qua, hai pensato, mi chiudo nella mia vita, nelle mie cose, e non farò passare più nessun dolore. Sorriderò ogni mattina alle persone che incontro, e ogni sera mi ritirerò sola nel mio letto, sognando il mio bambino. È così che hai pensato, vero Giulia? E’ così che ti sei salvata, andando avanti un altro po’, un giorno ancora, e poi un altro… Beh, adesso è arrivato il tuo momento. Adesso puoi essere ricompensata per tutti i sorrisi che hai dispensato nonostante la morte che avevi dentro. Perché tu hai capito una cosa fondamentale, hai capito quella soave gentilezza che salva il mondo.»

Dalle profondità del mare, un azzurro delfino compare, appoggia il muso di nuovo all’imbarcazione e fa piccoli fischi di incoraggiamento verso Giulia, invitandola in acqua.

«Segui il mio piccolo amico, fidati di lui, e fidati di me»

Giulia, ormai dentro una situazione che non sa spiegarsi, ma dalla quale non sa nemmeno sottrarsi, si tuffa in mare. Una volta in acqua, il suo corpo pare esserci sempre stato. Non torna a galla, lassù, verso la barca, il cui profilo Giulia scorge oltre la coltre d’acqua, sopra la sua testa.

Il delfino è accanto a lei, le nuota intorno e le fa segno di seguirlo.

Le sta indicando il fondo del mare, un fondo non lontanissimo, e così nero.

Ricoperto di nera sabbia molto fine, il fondo del mare pare provenire da qualche vulcano ormai spento. I capelli di Giulia fluttuano intorno a lei, non sta trattenendo l’aria, non ha problemi a respirare, ora sente di essere in un luogo molto reale, eppure non è più la sua realtà, quella di ogni giorno, ma un’onirica realtà.

A questo pensiero, altri petali si staccano dal rametto ancora tra le sue mani, e scendono lentamente verso il fondo. Il delfino la incita e Giulia decide di seguirlo, nuotando verso di lui. Scendono dunque, lasciando la luce e penetrando un caldo buio e accogliente.

Sul fondo del mare, Giulia stupita pensa di riconoscere un mobile. Si avvicina, e lo stupore è ancora più forte. È la vecchia madia della nonna! La vecchia madia in cucina, sopra cui Giulia e la nonna impastavano il pane, e dentro cui si nascondevano sacchi di farina profumata e semi di papavero. Giulia passa la sua mano sopra la superficie, perfettamente conservata. Non si chiede nemmeno perché la vecchia madia si trovi là, nelle profondità del mare al largo di un’isola vulcanica, sono consapevolezze che improvvisamente non le servono più. Un altro petalo si stacca e scivola via.

Solleva il pesante coperchio con l’aiuto del delfino, e dentro la madia, adagiato sul fondo, trova uno specchio. Lo solleva, e ci si guarda dentro.

Sono le otto del mattino e Giulia va di fretta nella strada affollata sotto casa sua, ha perso l’autobus. I clacson suonano indispettiti, il rombo dei motori ruggisce, nuvole di fumo grigio e nocivo si alzano dai veicoli. Le persone parlano e corrono urtandola sul marciapiede. Piove, e la gente è ancora più nervosa quando piove, al mattino, e deve andare al lavoro, e l’autobus è andato. Quella notte Giulia ha sognato Federico che la chiamava, ma lei non riusciva a vederlo, si è svegliata tutta sudata e molto agitata. Sa che sarà una giornata difficilissima, perché sentirà la voce di suo figlio per tutto il giorno. Sa anche, però, che deve farcela e deve immergersi nel lavoro e sorridere. Ci deve provare, ci deve proprio provare, altrimenti saranno guai. Giulia ha quarant’anni, è una donna molto bella. Il dolore non ha rovinato del tutto il suo viso. Alcune rughe solcano le sue palpebre e la sua fronte, ma ancor di più i lati della sua bocca, le rughe del sorriso. Quella mattina, truccandosi di corsa, ha sbavato il rossetto che ora le fugge via dal lato sinistro della bocca, attirando lo sguardo di alcuni passanti che incrocia sul marciapiede, quelli che non corrono, ma che cercano di sopravvivere a un’altra giornata. Si stringe i lembi della cintura del cappotto in vita, è magra Giulia, non mangia molto. Un uomo, un bell’uomo, accenna un sorriso alla sua bocca. Ma Giulia ha lasciato fuori gli uomini dalla sua vita da molto tempo, da quando il padre di Federico li ha lasciati soli, e poi Federico se n’è andato in silenzio, stroncato dal brutto male che non gli ha lasciato scampo. Federico è spirato con la piccola veste verde ancora addosso, stringendo Ciccio, il suo pelouche, e la mano ossuta di Giulia. Dopo aver vissuto questo, Giulia ha rimosso l’amore carnale e ha tentato di vivere come si può, comprando libri, pensando a cosa avrebbe voluto leggere Federico da grande.

Deve attraversare la strada, Giulia. Ma ha la testa nel pallone quella mattina, sente la voce di Federico che la chiama. “Amore, dove sei?” gli risponde dentro sé, sentendo il suo stesso grido nelle profondità del suo cuore e un singhiozzo le muore in gola, poi è stridore di freni sull’asfalto, lo schianto ed il buio totale.

Nessun rumore, nessuna luce, nessun dolore. Il singhiozzo è scomparso e ora è solo pace, Giulia sente il suo respiro farsi calmo, calmissimo, poi lasciare il suo corpo con infinita pace.

Il delfino le bussa dolcemente alla spalla, Giulia sta ancora guardando il buio che è sopraggiunto nello specchio. Ora si ricorda tutto, Giulia, ora ha capito.

Il delfino tiene qualcosa in bocca, e glielo porge. È un fagotto morbido, è Ciccio, l’orsacchiotto di Federico. Con un moto di gioia e liberazione, abbraccia Ciccio e il delfino, felice Giulia, felice consapevolezza leggera si posa sulla sua testa, e piange. L’ultimo petalo si stacca dal rametto di magnolia, perché Giulia ora sa, ha capito. Improvvisamente il cuore le batte forte, la signora che ha incontrato quella mattina, e che le ha donato il rametto, era sua nonna. Era la cara nonnina, con i suoi vivi occhi azzurri, ma Giulia non era ancora in grado di riconoscerla, non era ancora pronta, ora invece tutto le appare chiaro.

Insieme a Ciccio e al delfino, leggera come una piuma, Giulia sale di nuovo verso la superficie.

Afferra il bordo della barca con entrambe le mani e si solleva, spinta dolcemente dall’amico delfino. Non alza ancora lo sguardo, perché sa cosa la aspetta e ha molta paura, paura che le scoppi il cuore di gioia, infinita gioia che riempie l’universo.

Si siede sul bordo e poi alza lo sguardo, e lui è lì.

Sulla barca non c’è più il vecchio Federico, a pescare fumando la pipa, ma c’è il suo Federico, il suo bambino scomparso cinque anni prima, che le sorride e allarga le braccia.

«Vieni, mamma»

Giulia scoppia in un pianto liberatorio e stringe a sé il suo bambino.

La nonna, accanto a loro, sistema le fronde rigogliose delle magnolie.

Perché non esiste tempo qua, non esiste spazio, allo stesso tempo si è in mare e lungo le vie di una bianca isola di origine vulcanica.

Una piccola farfalla dorata muove di nuovo le piccole ali, questa volta con più decisione, e prende a volare silenziosamente nella stanza di Giulia, ancora immersa nella penombra ammantata di luce prepotente.

Si posa su un disegno appeso accanto al letto di Giulia. È un cartoncino nero, un po’ usurato, con colorati tratti infantili. Una piccola mano paffuta, sporca di pastelli, lo ha fatto per la sua mamma, il posto in cui avrebbe voluto portarla in vacanza.

Il disegno ritrae case bianche con decisi tratti di pastello, adorne di fiori rosa, un verde mare all’orizzonte e una piccola barchetta al largo con un vecchio pescatore.

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