Sulla mia pelle

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Non sono un critico cinematografico, dunque la mia non sarà una critica oggettiva e organica. D’altra parte, come si può restare oggettivi davanti ad un flusso di emozioni così intenso?

Sto parlando di Sulla mia pelle, film del 2018 di Alessio Cremonini presentato nella sezione Orizzonti del 75° Festival Cinema di Venezia e distribuito in contemporanea nelle sale e su Netflixgià di per sé quest’operazione commerciale ha generato  polemiche, e il 12 settembre è stato definito addirittura il D-Day del cinema italiano da La Stampa. Il film fa discutere anche per la decisione di alcuni collettivi studenteschi e associazioni di proiettarlo gratuitamente, scegliendo così di ignorare i diritti di copyright in virtù della divulgazione di una storia molto importante.

Questo film, infatti, non solo è una novità per il modo in cui viene proposto al pubblico, ma è anche e soprattutto un racconto asciutto e delicato su una vicenda di cronaca che ha fatto molto discutere negli ultimi anni, la storia di Stefano Cucchi. L’intento del regista non è quello di santificare la figura del ragazzo morto durante la custodia cautelare in seguito all’arresto, ma di presentare i fatti come sono scritti negli atti. Stefano viene fermato dai Carabinieri il 15 Ottobre del 2009 mentre passa ad un’altra persona una bustina contenente dell’hashish. Viene perquisito e trovato in possesso di altre bustine, apparentemente pronte per essere vendute. Viene arrestato e portato in Caserma con l’accusa di detenzione e spaccio. Stefano, al momento dell’arresto, era molto magro ma stava bene.  Il giorno dopo, in Tribunale, si presenta con evidenti lividi e ha difficoltà a parlare e camminare. Il 22 Ottobre Stefano viene trovato morto nel suo letto all’Ospedale Sandro Pertini. Che cosa sia veramente successo, questo la Legge deve ancora stabilirlo, ma il 10 Luglio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari in seguito alla riapertura dei fascicoli sulla morte di Stefano, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di potere nei confronti di tre Carabinieri dell’Arma. E questa non è soltanto una storia di violenza, bensì anche di incuria da parte dei medici che lo hanno visitato e che hanno ignorato le sue gravi condizioni.

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Di questo film si è già detto molto e in tanti, ma dopo averlo visto su Netflix, mi sento il cuore gonfio di dolore e rabbia e vorrei dedicare a Stefano un ricordo sul mio blog: è attraverso la ricostruzione oggettiva delle storie e la loro corretta divulgazione che si può creare una coscienza tra le persone e vincere la paura che potrebbe spingere altri giovani, nella stessa situazione di Stefano, a non denunciare immediatamente le violenze subite. L’abuso di potere è un tema delicato, ricordo la storia di Federico Aldrovandi, eventi orribili che non devono accadere mai più, ma che dobbiamo però ricordare per fare informazione.

Perché molti non sanno esattamente come sia andata, perché molti pensano ancora che, trattandosi di un ex tossicodipendente trovato in possesso di droga, forse un po’ “se lo meritava”. Per vincere le dure e ataviche mentalità è allora necessario non soltanto divulgare questo film attraverso proiezioni gratuite nelle associazioni o università, ma anche nelle scuole superiori, dove va piantato il seme per difendere i diritti civili di tutti quanti noi.

Infine, da un punto di vista puramente cinematografico, ho apprezzato molto la scelta del regista di evitare la violenza esplicita, le scene del pestaggio subito da Stefano. Credo che vederlo riapparire sullo schermo con gli occhi neri e ripiegato su se stesso dia allo spettatore ancor di più il senso di quanto, in alcuni ambienti, viene taciuto e nascosto: come se non fosse mai successo, nonostante i segni evidenti. Alessandro Borghi deve essere molto orgoglioso del suo lavoro, una trasfigurazione straordinaria, un lavoro sulla postura e sulla voce per restituire a Stefano la giusta memoria: quello che ognuno di noi merita.

 

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