Viaggio di un’esordiente nel mondo dell’editoria italiana

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Oggi vi racconto un viaggio, uno di quei viaggi con una partenza per definizione molto precisa, ma senza meta. E forse senza biglietto di ritorno. Vi racconto il mio personale viaggio -tutt’ora in corso- nel mondo dell’editoria italiana, nella speranza che possa essere d’aiuto ai tanti aspiranti scrittori là fuori che inviano i loro manoscritti nella convinzione di avere tra le mani un capolavoro. Ma, prima ancora di arrivare agli scrittori, vorrei che la mia riflessione arrivasse in modi occulti a qualche editore. Sì, perché la sensazione che ho è che ci sia da lavorarci parecchio.

Mi sono imbattuta in un post su Instagram proprio questa mattina, che diceva: “The publishing world is very timid. Readers are much braver” (il mondo dell’editoria è molto timido, i lettori sono più coraggiosi). Ottimo, ho pensato: allora non è così solo in Italia. Ed è significativo che il post venga da un utente che offre consulenza agli autori per raggiungere un maggior numero di lettori utilizzando il web. Ma, ci chiediamo tutti, di questo non dovrebbe occuparsi la casa editrice?

Facciamo un passo indietro. Circa quindici anni fa ricevetti una proposta di pubblicazione per una versione ancora embrionale di Scrivi, il mio romanzo d’esordio che ha visto la luce solo quest’anno e con una versione molto differente da allora, ma tant’è. La proposta di pubblicazione mi lusingò parecchio, avevo partecipato a un concorso letterario e quello fu il risultato. Non avevo la benché minima idea di come funzionassero le cose, io, ragazzotta poco più che ventenne che veniva dalla campagna con un mazzolin di rose e viole, e pensai di aver fatto colpo sulla casa editrice. Sicuro, cara. Peccato che la casa in questione chiedesse un piccolo, modesto contributo per la pubblicazione, pari a circa due dei miei stipendi di allora. Ma, d’altra parte, tuonava la “proposta”, se l’autore non investe su se stesso, su chi dovrebbe investire? Fui costretta a rifiutare, ma lo feci a malincuore, ci tengo a sottolineare la mia dabbenaggine. Col tempo poi imparai a distinguere e capii che quello era solo l’inizio dell’epoca d’oro delle famigerate case editrici a pagamento. Che oggi, per fortuna, non incontrano più i favori del pubblico, anche e soprattutto grazie a internet, al Self Publishing e alla possibilità di far arrivare copie del proprio libro ai lettori anche senza una casa editrice vera e propria come intermediario. Penso ad esempio al servizio offerto da Amazon, al quale sono contraria per principio ma se devo proprio dirla tutta: meglio il Self Publishing che l’editoria a pagamento.

Insomma, il cliente pagante della casa editrice, in quel caso, non era il pubblico di lettori, ma l’autore. Che si trovava con parecchie copie in giro per casa ed era costretto a sbattersi per venderle e ricavarci qualcosa. Da autore a ragioniere, che brutta fine. E lo sappiamo tutti quanto la situazione sia drammatica, quanto i lettori siano diminuiti (ma rispetto a quando?) e quanto alti siano oggi i costi di pubblicazione e distribuzione. Comunque, continuiamo sulla strada: l’editoria a pagamento non riscuote più successo. Dunque, tutto risolto? Siamo tornati a una situazione felice, in cui l’editore fa una selezione di qualità e propone all’autore un contratto giusto e cerca di sostenerlo nella promozione e nella giungla della vita di quell’opera? No way. O almeno, non funziona sempre così. Non funziona quasi mai così.

Arriviamo ai giorni nostri. Finisco di scrivere il mio secondo romanzo, decido di farlo partire sul binario della fortuna? No, lo leggo e lo riscrivo. Poi soltanto dopo, forse, sarà pronto. Insomma, va bene che sto scrivendo un post che spiega quanto tanto cattive siano le case editrici e quanto tanto sfigati i poveri bravissimi autori, ma insomma: io credo innanzitutto che, prima di fargli lasciare il nostro ventre materno, il manoscritto debba essere impeccabile. A livello di contenuto, a livello di impaginazione e di refusi. Piacevole da leggere anche alla vista, giustificato e con un carattere discreto, non certo Walt Disney.  Questo lo leggerete in qualsiasi pagina delle ce dove sia possibile inviare manoscritti inediti.

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Ecco, magari evitiamo certi font per i manoscritti

Bene, allora lui è pronto e io decido che per questa seconda pubblicazione tenterò la via del cartaceo. Perché, mi chiedete? Eh no, non chiedetelo a me, chiedetelo alla marea di gente che mi ha scartavetrato le balle chiedendo copie cartacee del mio primo romanzo. Poi va beh, c’è anche un altro motivo: io sono una lettrice compulsiva e compro talmente tanti libri su Amazon che spesso me li porta a casa Jeff Bezos in persona. Allora mi sono detta che forse sarebbe bello essere su Amazon io stessa. Ma, oltre a questo, che dio mi fulmini! Credo che, dovessi andare avanti in qualsiasi modo, rimpiangerò il lavoro prezioso, l’editing e la promozione accuratissima e appassionata di Geeko Editor per sempre. Ottimo, andiamo avanti.

Inizio a informarmi. Perché ti dicono che devi scegliere con cura le case editrici a cui mandare il tuo manoscritto, devi conoscere bene cosa fanno, che generi prendono in considerazione e non devi mandarlo a tappeto. Devi preparare una sinossi degna e accattivante, e una lettera di presentazione che al confronto Chiara Ferragni di marketing non capisce nulla. Ed è tutto verissimo. Allora io scelgo, e punto molto in alto. All’inizio. E non posso certo dire di essermi (ancora) pentita, anche perché quando e se avrò loro notizie è probabile io sia ormai da Taffo, ma nell’eventualità lascerò il loro recapito. Infatti, la triste verità è che le grandi case editrici difficilmente scelgono per il loro catalogo un totale o quasi esordiente, e se anche fosse il loro programma è già tutto occupato per gli anni a venire. Comprensibile. Allora mi sposto e scelgo le piccole-medie case editrici, le vado a scovare alle fiere, sui social network, ovunque. E inizio a preparare lettere di presentazione e a spedire. Devo dire che nel frattempo ho scoperto gioielli editoriali che altrimenti non avrei mai trovato.  E inizio a chiedermi come mai questo: forse che siano nascosti da una marea di “altro”? E capisco che posso mettermi comoda: anche con le piccole ce c’è da aspettare. Ma è giusto così: ci vuole tempo per la valutazione di un manoscritto e poi chissà quanti ne ricevono. È corretto, io voglio essere scelta per la qualità. Non voglio essere scelta per fare cassa, ed è qui che le possibilità si riducono in modo imbarazzante.

Nel giro di un mese vengo contattata da diverse case editrici, alcune piccole, alcune di proprietà di altre grandi e rinomate di cui mai farò il nome nemmeno sotto tortura, e che dicono di occuparsi di una sorta di scouting per la loro proprietaria. Alcune avevano ricevuto il mio manoscritto una settimana prima. Cristo, penso, ma non ci volevano mesi? Si dicono interessate, però, cosa vuoi che possa ascoltare oltre a questo? Nulla. Evidentemente, penso, il mio manoscritto è davvero fantastico. Sicuro, cara. E così metto da parte l’entusiasmo iniziale e inizio a cercare. Inizio a capire non solo quello che si dice su internet, ma anche a valutare, senza opinioni, il loro lavoro che è sotto i miei occhi. Quanto pubblicano? Quanti libri al mese? Quante presentazioni fanno affiancando l’autore? I loro libri sono davvero reperibili? E soprattutto, cosa dice Writer’s dream???

Una volta fatto questo e essermi fatta un’idea abbastanza chiara, vado avanti con gli appuntamenti di persona. Sì, perché le ce (case editrici) che mi hanno contattata volevano subito vedermi di persona, richiesta piuttosto strana per chi vive molto distante e soprattutto come primissimo contatto. Magari prima chiariamo due-tre cose su Skype, poi ci vediamo, che dici? No, e poi ho capito perché. Così prendo l’economicissimo trenino per Roma e mi avvio all’appuntamento ben consapevole di voler già rifiutare, ma ormai la mia missione pare non essere più quella di pubblicare il mio secondo lavoro ma scoprire ogni buio anfratto dell’editoria italiana. Al primo appuntamento mi si presenta una situazione piuttosto sconsolante: uno stretto spazio di lavoro in cui coabitano varie figure professionali. Io vengo sistemata nello stesso spazio in mezzo a persone che lavorano e lì parliamo del contratto. È chiaro come l’acqua cristallina che scende da una sorgente di montagna che nessuno lì ha letto il mio romanzo: avrei potuto chiedere “ma che ne pensate delle scene hot alla Harmony che ho messo a pagina 450?” e avrebbero risposto che andavano benissimo. Al di là delle condizioni del contratto, desolanti, ci tengono a sottolineare a più riprese che non chiedono un contributo economico. E te lo credo, mi stai praticamente assumendo come venditore porta a porta. Mi chiedono infatti di presentare un programma di varie presentazioni organizzate da me con un format innovativo di mia invenzione e che siano ovunque tranne che in una libreria. Perché??? si chiede la mia testolina ingenua: la libreria non dovrebbe essere l’ambiente naturale del libro? È che in libreria è il libraio a ordinare i libri e nel resto delle presentazioni, invece, sono io che mi sbatto per acquistarle e rivenderle alla persone presenti manco fosse una riunione della Avon. E oltretutto mi sento dire “tanto nessuno pensa di viverci con quest’attività, giusto?”

FERMI TUTTI.

Da quando pubblicare libri è diventato un hobby? Da quando fare lo scrittore è come dire faccio giardinaggio il sabato pomeriggio per rilassarmi? Si dà il caso che io abbia lasciato il lavoro per scrivere, e so che la maggior parte delle persone intorno a me crede che io dorma fino a mezzogiorno e per il resto del tempo mi gratti le balle che non ho, ma… invece, strano a dirsi, sto scrivendo e producendo materiale come una pazza e di certo non sono e non sarò mai Camilleri, ma che ca… spita, se devo pubblicare il mio romanzo per vedere il mio nome su una copertina vado in tipografia. Se devo intraprendere quest’avventura pensando che non sarà mai il mio lavoro, allora NON la intraprendo affatto. Io voglio fare la scrittrice, non voglio arricchirmi (e poi che male c’è, non lo capisco): voglio solo continuare a scrivere e pubblicare libri.

E voi editori, perché pubblicate?

Pubblicate chiunque vi mandi il suo manoscritto perché siete tipo la Caritas dell’editoria?  O perché volete vendere dei libri? Avete mai fatto una selezione qualitativa dei manoscritti che ricevete, oppure forti del fatto che non richiedete un contributo economico, vi sentite eticamente in linea col proporre a tutti la pubblicazione con un contratto di durata ridicola, un numero di copie stampate esiguo e un prezzo di copertina tale per cui l’edizione della Divina Commedia disegnata a mano da Gustav Doré diventa un economico tascabile, per coprire in ogni caso i costi di stampa? Per poi, una volta pubblicato l’autore di turno, non muovervi mai da dentro quell’ufficio: l’autore deve fare tutto da solo, promozione e presentazioni, e possibilmente anche originali perché LA GENTE SI ANNOIA. E in ufficio, si sa, devono continuare gli appuntamenti vis à vis come in una catena di montaggio, con la stessa, identica formula: proporre contratti editoriali.

Editori seri, medi, piccoli e molto piccoli, lo so che ci siete là fuori, adesso parlo contro il mio interesse: perché magari ciò che scrivo è banale e insignificante. Ma non importa, io amo troppo la letteratura per sporcarla ulteriormente. Non pubblicate tutti. È questo il problema per cui siamo portati a dire che di questo lavoro è impossibile vivere: si pubblica troppo. E molto probabilmente i lettori sono diminuiti in relazione al numero enorme di pubblicazioni che vengono fatte ogni anno. Fate selezione e fatelo seriamente. Valutate anche le intenzioni dell’autore, e nel limite del possibile accompagnatelo in questo viaggio: un autore serio verrà in ogni presentazione e fiera e si darà da fare per organizzare nuove occasioni ma dovete farlo INSIEME. Stampate un numero decente di copie e distribuitele dove è possibile. Soprattutto, pubblicate un’opera solo se credete davvero in quell’opera, prestate servizio serio di editing (cliccare qui per il vero EDITING), non una correzione di bozze! E per questa pubblicazione impegnatevi insieme all’autore per un lasso di tempo congruo, non è una pizza d’asporto che domani farà schifo.

Insomma, io continuo a insistere e attendo proposte serie. Non milionarie magari, non lusinghiere o con strade facili: io sono qui per impegnarmi a promuovere ciò che faccio e a farlo sempre meglio. Ma se tutti vengono pubblicati come pura operazione commerciale esautorando oltremodo il mercato,  come ci può essere  una possibilità per chi davvero ha qualcosa da raccontare?

Cari amici, ho finito il sermone. Forse tra un anno mi troverete in Self Publishing su Amazon e allora vorrà dire che le mie intenzioni sono andate a farsi benedire. Ma nessuno mi ha, per il momento, smosso di un millimetro dall’amore per il mio sogno e nessuno mi ha fatto provare nemmeno un briciolo di scoramento, perciò, grande mondo dell’editoria, non ti libererai di me tanto facilmente.

🙂

 

 

2 commenti

  1. Cara Marianna, ho letto tutto fino alla fine, non è da tutti di questi tempi di scarsissimo interesse letterario. Ho fatto anch’io un po di cose come te ma ho qualche anno in più, a volte aiuta e di sicuro a quell’ppuntamento non vi sarei andata. Siamo nel marasma della contraddizione, ah, volevo anche dirti che io pubblico in self, torniamo alla contraddizione che molto mi ha colpita ma non da ora che ho letto il tuo bel pezzo. Dunque abbiamo capito che per farsi pubblicare da una ce di ogni ordine e grado sia diventato uno sport “estremo” ma al contempo, come anche tu deduci, troppi libri vengono pubblicati
    (circa sessantamila all’anno ) quindi qualche cosa non torna, non trovi?

    • Grazie Ornella per aver commentato. Certo, non torna, ma è proprio questo che volevo mettere in luce: non è difficile essere pubblicati, ma le cosiddette case editrici lo fanno senza una vera selezione e soprattutto senza supporto all’autore in quello che viene considerato un hobby a tutti gli effetti. Quindi non è la pubblicazione di un’opera come s’intendeva un tempo, bensì un modo per lucrare sulla voglia dell’autore di farsi conoscere, in un modo un po’ più subdolo rispetto alle famose case editrici a pagamento.

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