Day 1: Geeko Writing Week 18. Millenovecento quasi duemila

Millenovecento quasi duemila

Con il seguente racconto ho inaugurato il mio primo giorno della Geeko Writing Week 18, la nuova iniziativa di Geeko Editor per scrivere ogni giorno, in modo continuativo e costante. Un po’ come la NaNoWriMo, la conoscete?

Si tratta di dedicare un periodo di tempo, INSIEME, all’interno di una community, e scrivere un certo numero di parole al giorno. Perchè? Primo, perché insieme ci si incoraggia, ci si corregge, ci si consiglia. Secondo, perché avere degli obiettivi concreti ci aiuta a stare più focalizzati su quello che è il nostro interesse principale: scrivere.

Ecco dunque: Millenovecento quasi duemila 

Guardo sciogliersi il gelato bianco e nocciola all’interno della coppetta di carta. Armata di cucchiaino, cerco di ripulire le colate lussuriose lungo il bordo troppo sottile prima che vadano  a sporcare il tavolo e dopo il barista mi guarda male, ma non ci sto dietro, mi viene la gocciolina in fronte, e non solo per il caldo.  La sedia di grossi nastri di plastica colorata si appiccica sempre più al mio grosso sedere. Quando mi alzerò la parte posteriore di me sarà a strisce enormi e io desidererò essere invisibile.

È caldo. La donna, seduta qualche tavolo più in là, sventola un giornale con fare stanco e grossolano. La guardo oltre i tavoli in fòrmica ricoperti di plastica scolorita, e bambini petulanti rimbombano con i loro piedi sabbiosi sul pavimento di piastrelle grigie. Pretendono il loro ghiacciolo quotidiano. La donna apre il portafoglio ed estrae mille lire con la Montessori tutta spiegazzata. Dopo pochi secondi i ghiaccioli appiccicano di liquido bordò ogni dito delle mani dei pargoli. Scappano via lungo la passerella di cemento, verso l’acqua placida e verde. La spiaggia trema. Dietro di noi, nel silenzio assorto del pomeriggio, le bocce cadono con colpi sordi sulla sabbia bollente, qualche voce vecchia e rauca bestemmia. La donna incrocia lo sguardo del barista che scuote la testa e, a sua volta, guarda il telefono bianco ma gialliccio, appoggiato sopra una pila di elenchi telefonici dietro il bancone. Il suo filo nero di riccioli in plastica è attorcigliato da secoli intorno a qualcosa di non meglio definito. Il barista alza la mano, con l’indice e il pollice che girano come se avesse una pistola rotante, l’espressione del viso dispiaciuta. Indica il telefono. Il telefono tace e tutta la colpa ricade su di lui. Anche la donna ora lo guarda, ricacciando indietro una lacrima. Il telefono si sente in colpa. Ha profonde rughe intorno agli occhi. La donna, non il telefono. I solchi inesorabili procedono verso le sue tempie e sono enfatizzati da un’abbronzatura selvaggia. Sicuramente usa Bilboa Bronze. Il costume imbottito le sta benissimo, lo ha scelto color turchese così sta bene con la pelle dorata. Porta ciabatte col tacco e un pareo che un giorno risulterà imbarazzante. Non ora però.

La sera si trucca di verde e cammina sul lungomare chiamando i bambini. Fuma sigarette sottili. Si lascia guardare e dentro una punta di amarezza le avvelena il cuore. Sono le ultime estati di cosce al vento?

La vedo ogni volta che vengo qua. I primi giorni era ancora pallida d’inverno, ma rideva mentre ordinava il cappuccino. Diceva che finalmente era al mare lontana dalla città e dal marito. Il bagnino, con la pelle di crosta del colore dei mattoni, sorrideva sornione. Il bagnino ottuagenario ne sa più di tutta la costa romagnola messa insieme e porta una canotta rossa che libera le lunghe braccia. I muscoli cadono un po’. Dietro, sulla schiena, c’è scritto salvataggio, ma secondo me non salverebbe proprio nessuno. Una volta faceva la sua figura, dicono. Ma che ne so io. Adesso sta seduto tutto il giorno sotto la sua tenda e non si capisce mai dove guardi dietro quegli occhiali scuri. All’alba va a pescare le telline, a culo dritto in riva al mare, con le caviglie immerse nell’acqua, affonda la mano nodosa nella sabbia e poi bestemmia, anche lui. Un giorno si vergognerà dei giovani d’oggi. Cioè di domani. Ma non oggi però.

Adesso, nel bar, la donna non ride più. Aspetta, guarda il telefono, e lui tace.

Si è stancata del mare e anche dei bambini. Li manda in sala giochi rifornendoli di cinquecento lire. I flipper iniziano a cantare odiosi e io li maledico.  Li maledice anche lei.

Mi guarda e per un attimo forse pensa che vorrebbe essere in me. Vorrebbe avere dodici anni come me, che ancora non so nulla di telefoni che non suonano. Che dell’abbronzatura ancora non me ne frega un cazzo e che mi sento sempre fuori posto, ma almeno non aspetto nessuno che poi non chiama. O che non viene. O che preferisce l’asfalto cocente della città deserta piuttosto che i discorsi beceri di un’estate al mare a Rimini. 

Un giorno non dovrai stare al bar ad aspettare, vorrei dirle, col barista che ti piglia anche un po’ per il culo. Potrai stare col telefono tra le mani a spiare spunte blu e stati ambigui. Ma che ne so io adesso. E poi un giorno sarai nonna e chissenefrega.

Io non lo capisco perché ti senti così e in fin dei conti ti guardo solo perché sto decidendo se un giorno vorrò essere così oppure no. Con la crema abbronzante e i bambini che strillano. Col bagnino che ti fa le avances e ti senti ancora affascinante, ma tanto non gli tira più. Ma che ne so io di cosa gli tira o non tira. Con le lacrime nascoste e le vacanze a Rimini che è piena di tedeschi e poi ti sta anche un po’ sulle palle ma la pensione è sempre quella e poi ti conoscono. E poi il benessere economico. Ma che ne so io cos’è il benessere economico. Tanto non farò in tempo a vederlo. E poi le lire spariranno e i telefoni non saranno più dietro i banconi ma dentro di noi e io scriverò cose sugli anni Novanta pensando che bello sarebbe rientrarci dentro.

Poi guardo verso il mare e c’è il cartellone con la scritta Coca Cola tutto arrugginito. L’altalena appesa al cartellone, anche lei di strisce di plastica rossa (ma era tutto di plastica?) che va avanti e indietro sull’acqua. No, aspetta. Quelli sono gli anni Ottanta e sto facendo troppi salti.

La donna mi guarda e mi sorride. Spero non pianga più, togliti quei tacchi e bevi qualcosa.

Io abbasso lo sguardo sui miei rotoli di pancia stretti nel mio costume intero color arancione e porto alle orecchie le cuffie del mio walkman. All that she wants spara nella mia testa un afrore di adolescenza che ancora non sono sicura di volere.

Ma il Festivalbar sì, quello lo voglio, che poi un giorno non lo faranno più e mi lamenterò.

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