Day 2: Geeko Writing Week 18. Io sono come un cane

Io sono come un cane.

I cani non hanno il senso del tempo.

È bello osservarli e capire quello che vivono accanto a te, sono universi paralleli che s’incrociano col tuo. E il mio, beh, il mio è abbastanza simile al loro.

Il senso del tempo è qualcosa di difficile da spiegare, per un essere umano. Ci ho messo un po’ a capire cosa poteva comportare non avere il senso del tempo.

È un po’ come se ti dicessero che non puoi avere la possibilità di elaborare pensieri. Lo immagini? Io no. La testa vuota, uno schermo nero. Beh. Aspetta. Forse c’è qualcuno che, effettivamente, potrebbe immaginarlo meglio di altri, ma tant’è. È difficile.

Ho iniziato a pensare (ecco, visto?). Ho pensato che fosse una questione del tipo che cinque minuti possano sembrare ore, oppure viceversa. Ma poi mi sono detta che questa è la relatività, non ho inventato proprio nulla.

Allora ho continuato a osservare il mio cane. Un grosso cane nero, un incrocio tra un setter e qualcos’altro, un’onda di entusiasmo e istintività che mi sommerge al mattino per darmi il buongiorno. Riconosce il respiro. Se apri gli occhi, nel buio della stanza ancora sigillata alla luce del sole, e ti svegli, il tuo respiro cambia. E nel momento in cui cambia lei lo sente e si precipita a fare una cosa che potrei dire abbracciare, ma voi tutti senza cane comincereste a storcere il naso e a dire che noi con i cani siamo tutti dei poveretti senza figli che vanno contro natura, eccetera eccetera eccetera. Ma sai a me che me ne frega di quello che pensano gli altri. “Gli altri”, vero, eh? Io scrivo per te che stai leggendo, l’hai sempre saputo e l’hai capito cosa intendo per abbraccio. Infatti adesso andrai avanti a leggere e altri si fermeranno.

Oh! Bene. Ce ne siamo liberati.

Dicevo. Mi sono messa a osservarla. Ho iniziato a capire che questa mancanza di senso del tempo non ha a che fare col passare delle ore, dei minuti, delle giornate. Se ben ci pensate, ci sono ritmi ben precisi che regolano la notte e il giorno e la suddivisione in ore ce la siamo inventata noi. Gli orologi che ticchettano ce li siamo inventati noi, quindi perché un cane, che per sua fortuna è al di fuori della società come comunemente noi la intendiamo, cioè non deve cercarsi un posto di lavoro infilandosi abiti decenti e poi guadagnare del denaro per comprarsi una casa, perché insomma dovrebbe dire “Ah che bello, è venerdì”. Perché dovrebbe?  Il sabato il sole sorge allo stesso modo.

Ma non potevo davvero capirlo, cosa significava non avere il senso del tempo, finché non lo avessi riconosciuto tra le pieghe della mia mente e del mio istinto.

È successo tutto un giorno, grazie al potere della mia totale incapacità di gestire il conflitto.

Quando si rompe l’armonia e la tranquillità, quando per istinto due teste si scontrano su qualcosa di infinitesimale ma che subito scoppia, bom! E diventa conflitto. Qualsiasi tipo di conflitto. E non importa se questo conflitto dura cinque minuti oppure settimane intere, per me quello è un tempo comunque infinito perché io rimango intrappolata dentro.

Quando tutto va bene, è come se non esistesse altro, è come se io fossi una bambina che corre a perdifiato in un campo di grano, ah già, quella è La casa nella prateria. Ma è praticamente come se fosse sempre così. E non conosco altro. Non c’è passato e non c’è futuro. C’è questa sensazione di meraviglioso benessere e cosa importa QUANDO? C’è, è sufficiente che ci sia. Che entri attraverso me e che mi lasci ESSERE, tipo un orgasmo che se ne frega della sua durata, perché c’è e basta.

E poi la luce, all’improvviso, si spegne. E per me non esiste altro tempo. Non c’era il prima, non ci sarà il dopo. La paura invade il mio essere e la posso fiutare, come se fossi un animale ferito. Per me non ci sarà più correre a perdifiato nel campo di grano, non esiste più, è come se fosse il ricordo di qualcun altro. Adesso, il conflitto è diventato il momento che permea tutta la mia vita e a ben vedere non è un momento: è staticità. È una scatola all’interno della quale io sono intrappolata col rumore di tuono del mio cuore che batte: come quella notte a Budapest! Ho pensato all’improvviso. E lì ho capito.

Quella notte ero a Budapest.  Budapest era avvolta da una nebbia vaporosa. C’erano trenta gradi al mattino poi aveva piovuto copiosamente e si era raffreddata tutta la città.

Sembrava di stare in un bagno turco ma andava bene così perché potevo attraversare il ponte di Elisabetta senza bombole di ossigeno.

C’era la festa nazionale, quel giorno. Mi avevano detto che ci sarebbero stati grandi festeggiamenti in serata, e con la dabbenaggine tipica di chi è in vacanza io non ci ho proprio pensato. Ma quando, lungo il Danubio, i fuochi d’artificio hanno iniziato ad alzarsi verso la volta celeste inondandola di colori sfavillanti e fasci di luce all’odore di grigliata, quando i colpi hanno iniziato a scuotere la città, di nuovo si è spenta la luce, ed eravamo in due: io e lei, il mio cane. Lei, terrorizzata e incapace di razionalizzare, mi ha mostrato cosa significa non avere il senso del tempo: significa che all’improvviso non esiste più la gioia, la coda che scodinzola, le carezze amorevoli. No! All’improvviso tutto è rumore assordante e luci enormi, colpi secchi e pazzeschi che vengono da chissà dove e tutto è TERRORE. Non esiste più nulla e nulla sarà più come prima: solo scappare, scappare, veloci!

Lei mi tirava impazzita lungo le strade di Budapest, corriamo, via! Lontano da qui! Vieni, allontaniamoci dal fiume! È lì che sparano, è lì! E io le correvo dietro aggrappandomi disperatamente al guinzaglio, e pensando che è questa la mancanza di senso del tempo: perché vivi questo attimo di autentico terrore come se il DOPO non arrivasse mai, come se questo terrore non potesse passare mai. E per me era la stessa identica cosa.

Le strade di Budapest erano vuote, oltre il lungofiume, e con gli spari alle mie spalle io pensavo di essere dentro l’invasione sovietica del ’56.

Hai visto, Nerina, abbiamo viaggiato nel tempo. Cos’è il tempo? Ecco, vedi, non lo so. Il tempo è qualcosa che finirà, probabilmente. Ma quando?

Non lo so, perché anche per me ora la paura è forte e non mi dice che finirà, è come se non ne vedessi la fine, non riesco a pensare, ecco! Non ci sono più pensieri nella mia mente e io sono solo terrore, noi siamo solo terrore e cuore che batte. Perché io sono come un cane e mi accascio per terra, contro un muro e ti stringo forte e sento il tuo cuore battere irrazionale e animale e siamo in due. Due animali, due cani che non hanno il senso del tempo perché credono che questo momento non finirà mai.

Ma poi non ce ne ricordiamo e i rumori si attutiscono e la notte cala di nuovo attorno a noi, e noi siamo di nuovo due cani che credono che ora sarà sempre così. Senza spari.

Io non umanizzo lei, non le do una forma antropomorfa.

È lei che dà a me la forma di un cane. Io sono come un cane e non ho il senso del tempo.

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