Day 7: Geeko Writing Week 18. Cronache del treno (e dei giovani galanti)

Mea culpa! Non troverete i giorni 4, 5 e 6 perché li ho saltati, ero infatti super impegnata a Bottega Finzioni 😉 

Cronache del treno (e dei giovani galanti)

È un freddo boia. Anzi, in questo giorni di gelo improvviso dopo un novembre quasi estivo, mi viene in mente un modo di dire che credo sia tipico delle mie parti in Romagna: un freddo birbone. Oppure è di qualche altra parte ma io faccio spesso dei miscugli degni di nota, tra il dialetto dell’entroterra romagnolo e i modi di dire di Bologna.

Un freddo birbone, come se il freddo fosse lì che sghignazza malefico e si viene a insinuare sotto la giacca e tra i capelli e ti soffia sulla pelle un gelido alito d’inverno.

Sono già vestita come l’omino Michelin e sto camminando in velocità per arrivare a prendere il treno in stazione. Ha piovuto, ma fa talmente freddo che le mattonelle all’interno del piazzale ovest mi sembrano gelate, ricoperte da un sottile strato luccicante. Alzo la testa e guardo il cielo: è un cielo da neve. Mi scaldo le mani dentro le tasche e, nel buio della banchina malamente illuminata, mi affaccio a vedere se questo treno arriverà. È già in ritardo, ma la prendo con filosofia. Nelle attese dei treni c’è sempre qualcosa d’ importante da fare che altrimenti non farei. Tipo guardare le persone e immaginare le loro vite. Nei grumi di un mascara mal dato io ascolto una gran quantità di racconti. Nella macchia di caffè sul maglione poco stirato ne ascolto altrettanti e tante altre ce ne sono intorno che mi chiamano e io quasi non riesco a starle a sentire tutte. Se ve lo state chiedendo, sì, noi scrittori siamo davvero dei pettegoli. Ma non è che le storie ci interessino per fare delle chiacchiere, solitamente non ce ne frega niente e parlare con la gente è anche piuttosto stancante, ma dobbiamo carpire particolari e poi vedere se le storie che scriviamo noi possono essere altrettanto incredibili. O soltanto così tanto umane come lo sono nella realtà.

Il treno si avvicina. È sgraziato nella sua forma e procede sbuffando. Ma i treni a vapore non ci sono più, questo me lo sono solo immaginata.

Le persone corrono alle sue porte come se fosse l’ultima cosa da fare sulla terra. Sembra quasi che il treno si debba fermare solo per un centesimo di secondo e quindi tutti sono costretti a fare a botte per salire, sembra. Per accaparrarsi un posto in quel centesimo di secondo e poi anche sul treno. Per tornare a casa o andare da qualsiasi altra parte.

Io resto un po’ indietro e aspetto che siano saliti quasi tutti. Appena la porta si apre, la fiumana di gente che deve scendere si ritrova un muro davanti e di solito deve fare a botte anche per scendere. Sono momenti di panico puro in stazione.

Mi avvicino timidamente al capannello di gente che sta spingendo per salire, restando indietro. Alla fine sono riusciti a far passare quelli che devono scendere e ora, coltello tra i denti, devono trovare posto. Abbastanza distante da me c’è un giovane militare, vestito con la mimetica dell’esercito italiano, quella abbastanza brutta. Lo guardo in viso e mi domando chi è il delinquente che lo ha arruolato nell’esercito, il suo viso glabro e dai tratti delicati mi fa pensare a un dodicenne.

In quel momento, nella mia mente che costruisce sempre immagini, mi sento uno di quei vecchi sdentati e alcolizzati della città nel vecchio West, con la polvere che entra sotto le ante in legno del saloon che sbattono ed esclama: Che mi venga un colpo!
Devo aver attirato la sua attenzione perché mi guarda e il suo sguardo, prima concentrato e scuro,  si allarga come un cielo in cui le nubi velocemente spariscono sospinte dal vento.

Mi fa un cenno d’altri tempi per indicarmi che mi lascerà salire prima di lui. Siamo distanti, e il gesto, istintivamente, mi fa pensare che sta cercando di essere gentile con una signora anziana. Sì, in Caserma gli devono aver insegnato che quando escono e se ne vanno in giro per il mondo, il loro ruolo non è concluso, specialmente se indossano la divisa mimetica. Devono aiutare gli anziani ad attraversare la strada, devono soccorrere i bisognosi, salvare i gattini dai tetti, lasciare il proprio posto in autobus e, soprattutto, dare la precedenza alle signore anziane.

Mi rendo conto che lo sto guardando malissimo per questo, e mi affretto a ringraziarlo con un sorriso forzato. Salgo ed entro nel treno freddo, sporco e gremito.

Riesco ad arrivare in fondo alla carrozza, dove ancora la ressa non si è concentrata e prendo posto in una serie di quattro sedili, due davanti ad altri due, dove ancora non è seduto nessuno. Mi giro, sistemandomi, ed eccolo lì dietro di me, il militare, che mi sorride a sua volta e prende posto davanti a me. Mi chiedo se adesso non stia un po’ esagerando con il servizio alla comunità. Mentre lui continua a guardarmi, io, spazientita, vorrei spiegargli che non è che funziona che poi agli anziani devi anche stargli dietro e offrire loro assistenza durante il viaggio, o qualsiasi altra cosa. E poi, vorrei dirgli: giovanotto (beh, giovanotto, mi sembra solo lievemente un ragazzino, ma non vorrei offenderlo) poi non è che io sia poi così tanto vecchia, eh. Guarda bene intorno, che ci sono vecchie ben più vecchie di me. Va bene che sono vestita come l’orso Yoghi e va bene che sono stanca e magari ho le occhiaie stasera e il trucco che si sposta a chiazze dalla fronte verso gli zigomi trasformandomi in un manifesta cubista, ma non ho neanche compiuto trentotto anni, e che cazzo.

Lo penso e basta, però, e non lo guardo. Incazzata nera. Poi mi decido a guardarlo negli occhi, per vedere se riesco a sgridarlo con uno sguardo abbastanza eloquente, e il suo sguardo è lì, fisso, che mi studia divertito. Non è affatto un ragazzino, sta scoprendo, anzi, cosa significa essere un uomo, e niente: gli piacciono le vecchie, forse non ancora troppo vecchie per essere aiutate ad attraversare la strada ma nemmeno così vecchie da evitare di adescarle in treno.

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